Stefano Giorgio Ricci: Il gioco del geco

gilles tran oyonale.com

 

Il gioco del geco

 

Il gioco del geco,

con l’insetto preda,

è una contesa d’attese:

dove le ali tese

lanciano la sfida

alla bocca di fuoco.

 

M’insegna, il passaggio infernale:

a testa sotto il mondo è normale,

se la luce si frange sul battito giusto

la lingua sacrifica la vista al gusto.

 

C’è il pro ed il contro,

questo è certo, com’è vero

che, di ciò ho riscontro, la

mia lingua ha con te

un discorso aperto.

 

*****

 

 

Calura

 

La notte ha lasciato

scie di lumache sugli intonaci

e sui volti di vagabondi

di rotaia.

 

La sento scendere dall’alto, piano:

sfiancare le foglie d’ippocastano,

aderendo alla pelle, alle ossa,

con assediante meticolosità.

 

Scontorna, inesorabile, le ferite

così che, frugandoti dentro,

ti pare di conoscerla quando,

lentamente assestandosi,

lentamente ti spegne.

 

Devozione di giorni sparpagliati,

incubanti un fresco di ventaglio,

con un fiorire di corpi spogliati

in languida attesa di un abbaglio

 

Calura,

alle lumache consegna la notte,

sicura di bava e umida agonia

di forestieri giochi d’agguato,

mutando l’imbrunire in cauta follia.

 

Calura,

nessuno per la strada,

la zingara cieca ti guarda e,

nel tuo finto dormire,

non c’è redenzione

nell’incombere del gioco

 

******

 

Programma pubblico

 

Ai loro canini poco importa che

la raccolta sia differenziata, é,

in quella trasparenza confezionata,

 

l’irresistibile ricamo d’ogni sorta

di prelibatezza alla rinfusa che,

seppur in busta chiusa, riduca la penuria

 

Quale goduria lo squarcio e la caduta,

poi, sullo scarto dell’abbondanza

improvvisare danza e orgia, sordi

al rischio calcolato d’improvvisa ciabattata

 

 

*******

 

 

Slegato l’oblio

 

Illumina,                      la notte,                      le ombre

che il giorno offusca;                                      la vanità

di una guerra inconclusa;         il solco

delle foglie cadute,                  sprofondate nell’oblio.

 

A volte piove

sui dannati sassi e,

su calcinate ossa,

rinnovate prove

abortiscono

ogni innesto

di carne nuova.

 

L’aceto fa oltraggio di pasto

corrodendo la bellezza

di una tempesta di frammenti

          si scortica la fibra grezza –

 

Uno tsunami

arreso al molo

spinge al bisogno

di calanca:

monca di volo,

la vela,

si fa sogno

di sciame.

                       

– Slegato l’oblio appeso al nodo –

 

******

 

 

Un’altra croce di strada

Alla colomba Francesca

 

 

Ginepri, asfodeli, gigli d’amore: ancora,

con rinnovato strazio, vi prego:

custodite con lieve carezza i nuovi nomi.

 

Germogli di terra e sabbia, vita che,

prima che sia vita, siete portavoce

di voci all’eternità arrese:

abbracciate chi, in questo fine mese,

dell’estate sarà croce.

 

Messaggere di vento di rambla,

tenerezze in falò di giugno

s’ardono come rami contorti

nella basilica di Santa Giusta:

stranamente uguali le giovinezze

nel cammino alla casa dei morti.

 

Nel flusso dei pensieri,

questui versi

sono grani di rosario

e

perduti ieri….

 

 

******

 

 

Altro luogo

 

Non stancarsi,

ecco,

non stancarsi  d’osservare,

dalla finestra,

il canneto,

immoto e stracco,

con il distacco dovuto

alle cose che ci lasciano.

 

Ecco,

ora,

un alito porta vita,

frenesia,

non par vero che,

per indefinito sacrificio,

gridando nel rogo,

questo,

ieri,

era un altro luogo.

 

 

******

 

 

Fingi d’infanzia

 

Fingi d’infanzia

origami di lacrime

 

io ti lascio fare:

 

m’è nevicato il cuore.

 

Non ho smarrito il testo

d’una lingua

schiava e bugiarda

che anela al rogo

delle mie labbra.

 

Ho solo interrotto il volo

per un oltraggio di suolo.

 

 

*****

 

 

In libera uscita di giudizio

 

Produciamo pattume. Sazi,

cresciamo in sicuro squilibrio:

lordate le spiagge.

 

Brutte poesie: escrementi

sul fiume, irrompono dalle finestre

                        aperte sul mare.

 

Ancora non conosciamo il destino:

passato, presente, pubblico ludibrio

all’abbeverata di parole sagge.

 

Disegniamo il volto di Dio. Sazi,

sazi di parole a pioggia:

crescendo oceani di pattume

 

levati i calzini, la vita apre

le cosce e spalanca le fauci divorando:

 montagne di pattume; sciami

 

di brutte poesie;  carri,

buoi, poeti liquidi e anche noi

produttori di pattume in libera

uscita di giudizio.

 

 

*******

 

Ai piedi destati

 

Silenzioso, giunge,

metà cane e metà giudice,

nella veste d’appartenenza,

in bianco e nero, cammina

con piedi d’asfodelo

precedendo spifferi e domande:

tuona un canto di dimonios.

 

Scorre, narra, i suoi giorni

arando frazioni di cielo. Risponde,

a chi rivendica abuso di calzatura:

Io per cultura nasco, come i cani,

senza, cosa t’importa dove fermano

 i miei piedi, se cammino alto sulle onde?

 

All’ombra della berritta si frantuma

il saccheggiato sole di domani:

distilla il passo riarso nell’asfalto

d’estate, salvo dai tumulti della sera

 

Spera nel marcio d’aiuola

e vola sugli ostinati dossi.

 

 

 

*******

 

Sicuro, estraneo, equilibrio

 

 

Silvano parla,  parla

agitando le mani e l’aria

di voli ad altezza estranea

 

scivola sulle crepe lo sguardo

alla ricerca esausta di un antidoto

 

Silvano è un discrimine temporale

 

Una vita iniziata sotto il sole troppo alto

 

S’incammina,  cammina e

non sente fatica, io sento, invece,

il suo odore, prevedibile, d’assenza.

 

La pelle succhiata dal tempo

 

 

********

 

Aritmetica  a(r)morosa

 

I tuoi silenzi sommati ai miei

sottraggono frazioni di tempo

al nostro tempo

moltiplicando  sospetti e

                                    tumori .

Non contenti, ci dividiamo

                                    cicatrici e rumori

 

 

*********

 

Sorriso di fragranza.

 

La screpolatura nel sacchetto

rende sorriso alla sostanza,

nel crepitar di carta per alimenti,

 

-un canapo di vento l’ormeggia alla narice-

 

Irrefrenabile il diletto

col quale rompo la fragranza,

violando verginità e magri intenti.

 

-seminatore m’invento di becchime a pioggia-

 

Al panificatore il palato, con sazio gusto,  affido

ripagato io e chi, rapinoso,  si consegna al nido.

 

-chiuso il divoro, trova sutura la seducente screpolatura-

21 Comments on "Stefano Giorgio Ricci: Il gioco del geco"

  1. Un bestiario intimo – il gioco di un geco con le sue “attese” e quello delle lumache, entrambi di un’avvolgente sensualità. Ma non solo, perché le poesie di Giorgio (che a volte chiamo Stefano e spero mi perdonerà 😉 sono anche “civili”, e civilmente scritte senza alzare la voce, ma con la certosina perizia della sua arte, del suo saper ascoltare le parole.
    Abele

  2. Abele, come già detto in altre occasioni, essere parte del tuo mondo è per me motivo di grande vanto.
    Ti ringrazio, per le parole e per la stima che mi manifesti nel perseverare….
    ti abbraccio
    Giorgio/Stefano

  3. caro Abele, qui mi inviti a nozze, la poetica di Stefano, inconfondibile!
    che poi si chiami anche Giorgio è meglio, così ne abbiamo due in uno.
    E ne guadagna sempre la Poesia.
    Grazie a entrambi.

  4. Cara Cristina, vale la pena ricordare il blog di stefanogiorgioricci (tre in uno:-) http://parvenze.splinder.com/
    visto che continua imperterrito a “perseverare”.
    un abbraccio a entrambi
    abele

  5. gioco sottile e civilissimo questo di stefangiorgio ricci, la sua Aritmetica a(r)morosa la trovo sublime.., i miei complimenti..
    erremme

  6. Si tratta di una parola dura, scabra, impietosa che, come un’accetta, viviseziona la realtà, affidandosi anche a piccole voci però significative.

  7. Stefano Giorgio Ricci (così non sbaglio! :D) ha uno stile inconfondibile, prezioso. Non aggiungo altro perchè è già nota la mia stima ed ammirazione per la sua scrittura! Ed è bello per me avere qui un’altra splendida occasione per esprimerla.
    Un caro saluto a tutti!

  8. Una perizia che parla (canta) da sola, leggerle a piena voce è un godimento autentico. Poesia civile in tutti i sensi. Complimenti.
    Antonio

  9. io lo chiamo Stefano, ma, a parte la differenza del nome, poi mi trovo tutta d’accordo con il commento introduttivo di Abele, in particolare nel rilevare il calore sensuale che pervade la poetica di Stefano, anche ricca di riferimenti alla natura, in particolare ai fiori e ai materiali,
    un calore sensuale e vivo che diventa poi sguardo civile, impegno nel dare la propria parola.
    Per questo mi piace la sua poesia, che spicca, inoltre, per musicalità, ricchezza linguistica e di temi, e, non ultimi, anche per la cura del verso e della sua disposizione grafica.
    Infine, fra queste poesie, oltre alla “Aritmetica a(r)morosa” (e non poteva essere diversamente! :)), la mia predilezione va a “Calura” e “Programma pubblico”

    un abbraccio e buona poesia a tutti!
    ciao-

  10. confessiogoliae | luglio 6, 2010 at 21:05 | Rispondi

    Stento, amici miei, a riconoscermi nella persona della quale parlate…Pare si tratti di un Grande poeta…io, invece, come quando mi cimento ai fornelli (con ottimi risultati, dicono) pur non ritenendomi cuoco…butto giù (di getto, senza quasi l’apporto di correzioni o grosse modifiche) ciò che ha provocato un moto d’anima…non provando ambizione di elevata soglia.
    Vi ringrazio, commosso!!!

  11. resto impigliata in questo percorso, nel percorso del gioco del geco, che, seppur pensa di giocare, traccia alla fine un resoconto completo
    della condizione umana…

    quando canti inni ai fiori io ti trovo irresistibile!

    Complimenti e grazie 🙂
    C.

  12. Mi sembra che l’ autore affidi molto del suo potenziale espressivo alla parola che si confonde quasi con le cose e con le immagini che propone.
    ” arando frazioni di cielo ” Stefano Giorgio Ricci percorre un itinerario che invita a meditare e a riflettere.

    Rosaria di Donato

  13. Giancarlo locarno | luglio 9, 2010 at 08:11 | Rispondi

    Le parole hanno il gusto della materia e dell’agglomerato biologico, la cui scabrezza è arrotondata dall’attenzione al suono delle assonanze.

    Un tema in particolare si impone alla mia lettura, quello del tempo nella sua relazione con la memoria. Si scopre ogni istante come qualcosa di nuovo, una perla che ha ‘il distacco dovuto’ dagli istanti precedenti e successivi della collana temporale.
    Ma il tempo succhia i ricordi che rimangono ancorati ‘ai perduti ieri’
    e purtroppo il distacco non è totale.
    E’ questo aggancio mantenuto con la storia che consente a questo canto di essere civile e andare oltre il proprio ego.

  14. Doris Emilia Bragagnini | luglio 9, 2010 at 22:35 | Rispondi

    Passeggiare tra i tuoi versi è un’avventura piena di stimoli, visivi, olfattivi, immaginifici… un modo di scrivere ricco di particolari e di dettagli che completano minuziosamente il disegno-trama predisposto da un abile e ironico tessitore. Davvero colpita dalla leggiadria con la quale procedi disinvolto, in un avanzare che si dirama attraverso anche una particolare attenzione grafica di suddivisione che conferisce ai testi un ulteriore prestigio. I miei complimenti, Doris

  15. Carla, Rosaria, Giancarlo e Doris porgo anche a voi il mio ringraziamento. I vostri interventi, la ricchezza delle sfumature in essi contenuta, hanno impreziosito la mie povere cose. Un’ interazione che si è fatta arte e complessità.
    Grazie a voi tutti…

  16. Alcune mi colpiscono più di altre ma sono tutte belle.

  17. Grazie per la proposta, seguo da tempo il blog di Stefano Giorgio Ricci, da quando mi sono affacciata nel web, lì mi piace sostare.
    Amo le sue poesie, e spesso mi sento in sintonia con il suo pensiero, mi piace lo stile e mi affascina questo suo dire particolare e inconfondibile.
    Ma certo che si parla di te Stefano, non schermirti…altro che povere cose.

    frantzisca

  18. eh, non vale, cara la mia Francesca, io e te siamo figli della stessa zolla; degli stessi ginepri e gigli di mare dello stesso maestrale che sconvolge e purifica…siamo fratelli e, fra fratelli, è lecita la stima…. 😀

  19. Che bello trovare Stefano anche qui… ossì.
    Condivido questo momento, questa scelta. Condivido quanto già sopra detto e non bado allo stupore di Stefano (e pure Giorgio e pure Ricci).
    – Perchè mai in tanti verremmo sempre a leggerti, se i tuoi versi non fossero da leggere, rileggere e trattenere? –

    Grazie.

    clelia

  20. diffondere poesia
    è ossigeno d’anima
    per la poesia

  21. sempre più mi sentirò responsabile del mio scrivere, se tali sentimenti ispira….
    mai vorrei tradire (tra il dire ed il fare) le attese di chi mi confonde (sempre sperando di non esser confuso con qualcun’altro :-))

    Grazie!

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