Pasquale Vitagliano: Quartine del dissenso

 

Avevo idee che mi portavo
in tasca come pietre,
sotto la pressa dei brogli
tufo ne è rimasto in mano.

E’ una carcassa di ferro
la mia ultima speranza,
preda dell’abbandono.
E’ un abaco spezzato.

Nel quadro dell’invisibile,
cerco nuove bocche
e gli occhi caduti in terra,
e un destino più leggero.

Si sono spente le luci
in questo mercato dove
non vendono più le parole che
periscono come latte scaduto.

La caduta non è casuale,
se ha la forma di una croce;
invece noi rotoliamo ciechi
come una sfera senza adesione.

Fosse un’arancia, ci consolerebbe
su questa nera lavagna bagnata
sui cui il gesso non si fissa,
scolora, non lascia il segno.

Potrebbe salvarci uno spartito,
ma tutti battono i piedi,
battono le mani, versano sui
suoni il rumore dell’oltraggio.

Il cielo di questi giorni
si confonde con la sagoma
del mio corpo spogliato. Vorrei
che mi schiodasse dai pensieri.

Il sole muore d’estate,
mentre il mondo sbianca;
si sciolgono gli orli della pelle,
la città è vuota. Siamo rimasti soli.

Il mio palmo aperto è il seno della terra.

19 Comments on "Pasquale Vitagliano: Quartine del dissenso"

  1. Canto accorato e lucido sul bisogno di dar(si) un senso nello “squarcio” di secolo in cui il senso s’incarica di sfuggire. Un secolo che non vuole andare a tempo, che si “scolora” come su di una “lavagna nera” (bellissima immagine insieme a quella dell’arancia, che insieme sintetizzano l’urgenza/necessità di sempre della parole e quel “bisogno disperato d’amore”).
    Mi piace particolarmente questa poesia di Pasquale, tra le più belle delle sue comunque belle poesie “civili”. Ci trovo un filo (ancora più) rosso con Pasolini, che più che punto di riferimento è diventato sostanza stessa di una ricerca poetica personalissima.
    Abele

  2. Questo blog mi piace!

  3. roberto matarazzo | giugno 26, 2010 at 09:50 | Rispondi

    “…Il mio palmo aperto è il seno della terra.”, un verso di chiusura che spalanca un universo di idee e di civiltà.. bravissimo, come sempre, l’amico p. vitagliano, pasoliniano non di maniera ma di concettoso essere dentro la scia pasoliniana…
    erremme

  4. Ciao Pasquale. E’ questa una delle tue poesie più belle che io abbia letto, a mio parere. Le immagini si infilano l’una nell’altra con un’energia e una coesione perfette. Il contenuto è profondo, una riflessione fatta con un occhio deciso e sicuro. Un disincanto e una consapevolezza fermi come monoliti. Un saluto carissimo a te e ad Abele.

    Federica

  5. Francesco De Girolamo | giugno 26, 2010 at 10:52 | Rispondi

    Veramente un testo esemplare, essenziale, “necessario”. Una fotografia nitida e coraggiosamente impietosa della nostra condizione umana e civile. La strada della poesia, oggi, credo dovrebbe essere questa, difficile, aspra, intransigente senza tregua… Complimenti all’autore e a questo spazio che l’ha proposta, isolatamente, come merita per il suo assoluto rilievo.
    Un saluto.
    francesco

  6. poesia tutta nelle mie corde, per me bellissima!

  7. IL POETA ALTRO NON È CHE COLUI CHE SA VEDERE NELLE COSE LA LUCE TRASVERSALE E IL RESPIRO DELL’EMOZIONE CHE QUESTE SPRIGIONANO NATURALMENTE…E IN QUESTI VERSI SCIVOLANO NATURALI QUEI DISSENSI CHE IL POETA INTRAVEDE TRA I SOTTILI ANFRATTI DELL’IO..COMPLIMENTI

  8. Apprezzo queste quartine di PVita in cui l’ impegno dell’ intellettuale è posto nel cavo di una mano aperta, nel palmo nudo di una mano pronta ad accogliere e a dare senza nulla trattenere per sé. Forse è da qui che si ricomincia, forse questo è ciò che rimane: una mano che è culla del nuovo.

    Rosaria Di Donato

  9. La caduta non è casuale,
    se ha la forma di una croce;
    invece noi rotoliamo ciechi
    come una sfera senza adesione.

    è vero Pasquale, anche la croce qui, portarla in un gulgata senza speranza, senza “adesione” concreta, sincera, partecipata, resta un “cieco rotolare” come di pietre che viaggiano sole senza raccogliere muschio.
    nc

  10. Una poesia molto intensa: davvero dei bellissimi versi. Complimenti all’autore!

  11. trovo molto ricche di intuizioni e mi piacciono molto queste quartine a partire da quel “dissenso”

    così all’interno di ogni elemento offerto (lpietre, ferro, latte, arance.,..), anche di frutto (e dice benissimo Abele nella sua ottimo commento iniziale)
    un aggancio che ci riporti al vero e al vivo. èd è vero:

    “Potrebbe salvarci uno spartito,
    ma tutti battono i piedi,
    battono le mani, versano sui
    suoni il rumore dell’oltraggio.”

    Grazie all’autore per la sua poesia e anche a neobar, ovvio 🙂
    ciao

  12. Vincenzo Mancuso | giugno 27, 2010 at 14:32 | Rispondi

    Gran bella poesia!I miei complimenti al bravo Vitagliano

  13. se questo ipertesto di-vulgato da secoli ancora non è chiaro
    allora quale altro giorno può essere un nuovo giorno?
    Grazie Pasquale,ancora dentro il palato è il palazzo del minotauro, così piccolo il suo antro da poterne fare prandium, senza nemmeno accorgerci che ciò che div-oriamo è sempre e solo un noi che sfugge. ferni

  14. pasquale vitagliano | giugno 28, 2010 at 20:29 | Rispondi

    Grazie a tutti. Come sempre i vostri commenti mi aprono altri orizzonti di lettura. Per me, si è trattato di una personale “via crucis” di parole.
    PVita

  15. vincenzo mastropirro | giugno 28, 2010 at 20:52 | Rispondi

    Che bella poesia!!!! ciao pasquale e abele

  16. Nina Maroccolo | giugno 29, 2010 at 18:35 | Rispondi

    Oggi leggo una poesia che si permette ulteriormente d’infrangere squarci e lacerazioni [incessantemente monitorati dall’autore…]; che mi permette di peregrinare di quartina in quartina, interminatamente, cilicio dopo cilicio –comprimendo lamenti, aspirando ad una geografia verbale.
    Salgono notti.
    Salgono notti.
    Dovrò usare più lingue– dovrò
    passare da un lucchetto all’altro– dovrò
    spegnere “le luci / in questo mercato…”– dovrei
    dileguarmi. Parole invendute muoiono “come latte scaduto”.

    Dare un senso alla scrittura, al progresso-regresso nell’ampio abitacolo dello scibile umano.
    La Storia c’inchioda– incompiuti… Pazienza…
    La realtà, invece, sta fuori. C’interessa, e non v’è modo di eludere nessuna quotidiana litania.

    Proclamiamo il Noi testamentario?
    La “via crucis” delle parole è l’arcaica contemporaneità, somma di mancanze e vuoti. Somma di una poetica che proclama il proprio “dissenso”.

    È lì che ci salviamo, Pasquale?
    *

    Il lungo commento credo sia rappresentativo del mio interesse verso i temi affrontati. La poesia è bellissima, è così vera…
    Non esiste spazio per il sogno, ed io sono una mangiatrice di sogni!

    Ciao, caro Abele! E’ bello essere nuovamente qui… E’ bello ritrovare amici a cui voglio molto bene*
    Un abbraccio carissimo a tutti voi,

    Nina

  17. pasquale vitagliano | giugno 29, 2010 at 20:50 | Rispondi

    Che altro dirvi?…

  18. dico qualcosa io 🙂 che è bello, come spesso accade, “ritrovarsi” insieme; che forse non ve lo dico o non ve lo dico abbastanza che è sempre un piacere enorme. Un grande grazie a Pasquale e saluti di cuore a tutti, a Nina in particolare che si sta riprendendo alla grande :)) e il mio benvenuto a Rosa e Francesco!
    Abele

  19. Fosse un’arancia, ci consolerebbe
    su questa nera lavagna bagnata
    sui cui il gesso non si fissa,
    scolora, non lascia il segno.

    un dissenso che è interiore ed esteriore, un ondeggiare fecondo nel dubbio, quartine preziose e bellissime.
    Antonio

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