Omar Suleiman: dopo il viaggio/Roads and Desires

 

  • omar suleiman dice:
    aprile 19, 2010 alle 10:34 pm |
    Amici miei carissimi..
    E’ passata quasi una settimana dal nostro ritorno..
    Mi mancate molto, anche io m’ero abituato al nostro stare insieme per tre settimane, importanti!
    Confesso che non riesco ancora a riprendere il ritmo normale della mia vita prima del 19 marzo ..ho pensato tante volte di scrivervi…cercare di fare una valutazione del viaggio e del lavoro fatto sia in giordania che nella “amara”, splendida e dolce terra di palestina ..ma forse non è ancora il momento.
    A Fabio, Ivano, Serena, فاطمه, Lenia, Antonio, il cugino Gaetano, Manuela,..Iola, Elionice, Francise, Piero… sieti stati dei comagni di viaggio speciali in un viaggio speciale, ho cercato goffamente di dirlo nel mio brindisi dopo la cena di george..tra tutte le persone che ho portato in palestina, questa è stata l’esperienza più bella ..profonda come la profondità dell’impegno, del lavoro e dei risultati ottenuti..ho condiviso con voi tante cose..l’emozione di vivere la mia terra , la genorisità e la semplicità della mia famiglia e la gente del mio villaggio che si ricorderà a lungo dei momenti che hanno avuto in dono..ho condiviso con tutti voi gli occhi lucidi ed i nodi alla gola per la bellezza di ricevere quella “monetina”..di omar zaghlul e di suo fratello…abbiamo condiviso la rabbia e l’impotenza davante all’arroganza e la prepotenza di chi costringe la gente a ritornare all’età delle caverne..a percorrere le strade sotto gli alberi con le auto mentre a due metri ci sono le autostrade riservate alle auto dei coloni e dei mezzi miltari..ho condiviso con voi la tensione e la gioia per la riuscita dello spettacolo ad al kasaba..la stanchezza ed i momenti “spensierati..” fino all’imbarazzo del nostro saluto all’aeroporto di roma al nostro ritorno…
    A presto …
  • roberta quarta dice:

    aprile 20, 2010 alle 1:04 pm |

    Un dono possibile per tutto questo è continuare a lavorare per nutrire ancora quello che abbiamo vissuto e incontrato.
    Spero che lo sforzo di continuare a scrivere, e a produrre delle piccole riflessioni, possa alimentare legami, affetti e impegno per questa terra bellissima, conosciuta insieme.
    Qui di seguito alcune piccole riflessioni.

    La guerra è anche una questione di linguaggio. Il consenso internazionale alla guerra è costantemente costruito dalle parole, la guerra è giustificata, spiegata. La sua giustezza è continuamente motivata, da chi ha gli strumenti per comunicare, convincere, “creare la realtà”. La guerra di occupazione di Israele contro il popolo palestinese trova mille argomenti, fin troppo noti, perché assunti su un piano pressoché unanimemente condiviso. Argomenti così ‘incontrovertibili’- che qui non vorrei affrontare- che diventano il terreno semantico di giustificazione di qualsiasi azione, anche la più terribile e devastante. Tutto ha sempre una ragione, che va oltre qualsiasi contingenza, qualsiasi vita umana, qualsiasi convenzione internazionale, qualsiasi forma di diritto, tanto da mettere in dubbio persino il valore di esistenza di un popolo intero. Questa non è una guerra asimmetrica, è una guerra di occupazione contro una popolazione civile, che non è una controparte in armi.

    Continua a tornarmi in mente la discussione avuta a Ramallah a dicembre, in occasione del primo viaggio in Palestina con Omar, Fabio e Ivano. Discussione su Lysistrata in Palestina. E allora qualcuno, che non conosceva il nostro modo di lavorare, aveva fatto un’improbabile ipotesi di trasposizione di Lysistrata nella situazione palestinese. A chi parlerebbe lì Lysistrata? A chi direbbe di fermare la guerra? Può esistere Lysistrata?
    Fabio ci parlava di Gilgamesh e della capacità di esistere e non morire attraverso il racconto. Come diceva Eleonice. E’ un cosa straordinaria che ritrovo anche nelle pagine di Rocco Scotellaro, che leggo in questi giorni. La sua storia, nei suoi contorni più sfumati, è nota a tutti. Accusato ingiustamente, per un complotto politico, umiliato, segregato in carcere per 45 giorni, e poi riconosciuto pienamente innocente, perché vittima di una cospirazione politica, Scotellaro uscito dal carcere si dimette dalla carica di sindaco e va studiare economia agraria con Manlio Rossi Doria e prepara fino alla morte, che lo coglie giovanissimo, un libro-inchiesta sui contadini del Sud.
    Delusione profonda nei confronti della politica e dei suoi mezzi, e consapevolezza profonda dell’importanza di raccontare il mondo contadino, di fare esistere un mondo misconosciuto, sommerso, ammutolito dallo sfruttamento, attraverso le sue parole.
    Assumersi la responsabilità di dire attraverso i linguaggi che il teatro ci consegna. Che sono tanti, che si dispiegano su tanti piani. Quello della scrittura è uno di questi, quando la scrittura nasce da un’esigenza, da un’urgenza, scaturisce dal corpo del tuo lavoro e si mette al servizio di qualcuno. Come lavoro umilissimo, in cui cancellare la propria mano.
    Donne mute, rese mute dal dolore. Immagine straziante nel nostro spettacolo “Persae”.
    Io, muto, parlo, dice fabio.
    Qual è la nostra responsabilità ora, rispetto alle persone che abbiamo incontrato in Palestina? E che ci aspettano.

    Dear Omar (Zaghloul),
    thank you for your words. We are with all of you. Since I have come back, I couldn’t find any rest. My thoughts keep on running and the body is restless. We are back at work.
    We hold your gifts and keep them with us.
    We stay in touch. Please give my regards to all.
    Take care

    7 Comments on "Omar Suleiman: dopo il viaggio/Roads and Desires"

    1. avviene quasi sempre, dopo mesi di tournée

      ma poi la vita di ciascuno riconduce lontano.

    2. strana sensazione: ho letto quasi (o tutto) questo diario, mi sembra di essere un “compagno di viaggio”, del resto omar suleiman si pone con vero senso da umanesimo non di maniera nei confronti di questo viaggiare… a lui e a voi tutte e tutti, un mio abbraccio fraterno.. e, in fondo, sembra riaffiorare il mio provenire da antenati arabi dato che il mio cognome è di lontanissime origini arabe..
      r.m.

    3. roberta quarta | aprile 20, 2010 at 13:04 | Rispondi

      Un dono possibile per tutto questo è continuare a lavorare per nutrire ancora quello che abbiamo vissuto e incontrato.
      Spero che lo sforzo di continuare a scrivere, e a produrre delle piccole riflessioni, possa alimentare legami, affetti e impegno per questa terra bellissima, conosciuta insieme.
      Qui di seguito alcune piccole riflessioni.

      La guerra è anche una questione di linguaggio. Il consenso internazionale alla guerra è costantemente costruito dalle parole, la guerra è giustificata, spiegata. La sua giustezza è continuamente motivata, da chi ha gli strumenti per comunicare, convincere, “creare la realtà”. La guerra di occupazione di Israele contro il popolo palestinese trova mille argomenti, fin troppo noti, perché assunti su un piano pressoché unanimemente condiviso. Argomenti così ‘incontrovertibili’- che qui non vorrei affrontare- che diventano il terreno semantico di giustificazione di qualsiasi azione, anche la più terribile e devastante. Tutto ha sempre una ragione, che va oltre qualsiasi contingenza, qualsiasi vita umana, qualsiasi convenzione internazionale, qualsiasi forma di diritto, tanto da mettere in dubbio persino il valore di esistenza di un popolo intero. Questa non è una guerra asimmetrica, è una guerra di occupazione contro una popolazione civile, che non è una controparte in armi.

      Continua a tornarmi in mente la discussione avuta a Ramallah a dicembre, in occasione del primo viaggio in Palestina con Omar, Fabio e Ivano. Discussione su Lysistrata in Palestina. E allora qualcuno, che non conosceva il nostro modo di lavorare, aveva fatto un’improbabile ipotesi di trasposizione di Lysistrata nella situazione palestinese. A chi parlerebbe lì Lysistrata? A chi direbbe di fermare la guerra? Può esistere Lysistrata?
      Fabio ci parlava di Gilgamesh e della capacità di esistere e non morire attraverso il racconto. Come diceva Eleonice. E’ un cosa straordinaria che ritrovo anche nelle pagine di Rocco Scotellaro, che leggo in questi giorni. La sua storia, nei suoi contorni più sfumati, è nota a tutti. Accusato ingiustamente, per un complotto politico, umiliato, segregato in carcere per 45 giorni, e poi riconosciuto pienamente innocente, perché vittima di una cospirazione politica, Scotellaro uscito dal carcere si dimette dalla carica di sindaco e va studiare economia agraria con Manlio Rossi Doria e prepara fino alla morte, che lo coglie giovanissimo, un libro-inchiesta sui contadini del Sud.
      Delusione profonda nei confronti della politica e dei suoi mezzi, e consapevolezza profonda dell’importanza di raccontare il mondo contadino, di fare esistere un mondo misconosciuto, sommerso, ammutolito dallo sfruttamento, attraverso le sue parole.
      Assumersi la responsabilità di dire attraverso i linguaggi che il teatro ci consegna. Che sono tanti, che si dispiegano su tanti piani. Quello della scrittura è uno di questi, quando la scrittura nasce da un’esigenza, da un’urgenza, scaturisce dal corpo del tuo lavoro e si mette al servizio di qualcuno. Come lavoro umilissimo, in cui cancellare la propria mano.
      Donne mute, rese mute dal dolore. Immagine straziante nel nostro spettacolo “Persae”.
      Io, muto, parlo, dice fabio.
      Qual è la nostra responsabilità ora, rispetto alle persone che abbiamo incontrato in Palestina? E che ci aspettano.

      Dear Omar (Zaghloul),
      thank you for your words. We are with all of you. Since I have come back, I couldn’t find any rest. My thoughts keep on running and the body is restless. We are back at work.
      We hold your gifts and keep them with us.
      We stay in touch. Please give my regards to all.
      Take care

    4. شكرا لكم جميعاابتداءا من عمر سليمان الصادق المشاعر ومرورا ب فابيو,ايفانو , سرينا , لينيا ,انتونيو, جيتانو , مانويلا
      ان ما أقرأه من كلام مسطر بمشاعر الدفئ والوجدان,ان ما قلته يا اخي عمر لهو عمق مشاعرك وحقيقة داخلليتك العظيمة ومدى تشبعك من الوطن الحبيب ورمزيتك بالنسبة لي لانك رجل يقدم شيء لهذا البلد العظيم ولو كان صغيرا كما قلت سابقا,
      ان مرور مجموعة فابيو على ارض فلسطين كمرور صاحب الاثر وترك الاثر على المسير, لاشك ان ما قاله فابيو بذت مرة من المرات انه يترك بذرة خلفه وهذا ما فعله بالضبط ,لقد ترك خلفه براعم صغيرة ستنمو وتعمل على النمو والاثمار.
      الى روبيرتا
      شكرا لك كثيرا وشكرا لفريقك الذي اتعيناكم معنا,فعلا انتم اصحاب رسالة بصدقكم مع انفسكم ,لقد تحملتم المشاق والتعب لاجلنا ونحن لا ننسى هذا التعب ,سلامي لكل واحد منكمالعزيز

    5. “Assumersi la responsabilità di dire attraverso i linguaggi che il teatro ci consegna.”
      ecco, responsabilità e’ una parola sempre meno usata, nel teatro come nella vita i linguaggi si sono ridotti a parvenze, al massimo a buone intenzioni. Per me e’ stata una grande esperienza anche dal punto di vista umano, stare con voi tra una prova e l’altra e sentire tutta la vostra “responsabilità” una volta saliti sul palco.
      A presto
      Abele

    6. LA LORO INDIPENDENZA /LA NOSTRA DIASPORA “NAKBA”
      In questi giorni i territori palestinesi occupati sono chiusi perche gli israeliani festeggiano i 62 anni “dell’indipendenza”

      LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI
      di Ghassan Khanafani

      Quando andammo via da Giaffa diretti ad ‘Akka, la tragedia non si era ancora compiuta. Ci sentivamo come quelli che ogni anno vanno a fare le vacanze in un’altra città. Ad ‘Akka i giorni passarono normalmente, senza niente di insolito. Ma forse, a quell’epoca, ero troppo piccolo, e quei giorni me li son goduti semplicemente perchè mi avevano permesso di non andare a scuola.
      Quando però venne la notte amara del grande attacco, cominciai a vederci più chiaro: la trascorsi tra uomini scontrosi e donne in preghiera. Tu, io e qualcun altro della nostra età eravamo troppo piccoli per capire cosa stesse realmente succedendo dall’inizio alla fine della storia.
      Quella notte, tuttavia, qualcosa si cominciò a delineare: e la mattina, quando gli ebrei presero a ritirarsi tra minacce e fumi d’ira, un grande camion si fermò davanti alla porta di casa. Un ammasso di semplici cose per dormire venne scaraventato sul camion, di qua e di là, con movimenti rapidi e febbrili. Me ne stavo appoggiato con la schiena al muro della vecchia casa quando vidi salire sul camion tua madre, poi tua zia e i piccoli. Tuo padre spinse dentro al camion te e i tuoi fratelli in mezzo ai bagagli, infine mi prese dal mio angolo, mi alzò in alto e mi fece salire sul portabagagli di ferro sopra al tetto della cabina di guida. Lì trovai, seduto tranquillo, mio fratello Riad. Prima che mi sistemassi più comodamente, il camion si era già messo in moto, e la mia amata ‘Akka spariva poco a poco dietro le curve della strada che porta a Ra’s al-Naqura.

      Dopo un po’ il cielo si coprì di nuvole e mi assalirono sensazioni di freddo. Riad se ne stava seduto tranquillo con le gambe penzoloni fuori dalle barre di protezione del portapacchi e la schiena appoggiata contro i bagagli: guardava il cielo. Io stavo seduto in silenzio, con il mento sulle ginocchia piegate, stringendomi le gambe con le braccia. E lungo la strada.. aranceti.. Tutti ci sentimmo sopraffatti da sensazioni di spavento, mentre il camion, ansimante, si arrampicava su per la strada umida, seguito da spari lontani come saluti d’addio.

      Quando in lontananza si cominciò a intravedere Ra’s al-Naqura, rannuvolata sullo sfondo azzurro dell’orizzonte, il camion si fermò. Le donne si fecero largo tra i bagagli, scesero e si diressero verso un contadino accovacciato davanti a una cesta di arance. Ne presero alcune e il loro pianto arrivò fino a noi. Mi sembrò chiaro, allora, che le arance dovevano essere qualcosa di molto caro e che questi grandi frutti lucidi rappresentavano per tutti noi qualcosa di molto prezioso. Le donne portarono sul camion la frutta che avevano comprato. Tuo padre scese anche lui dal suo posto accanto all’autista. Allungò la mano e prese un’arancia che cominciò a contemplare in silenzio, poi scoppiò in un pianto dirotto come un bambino disperato.
      A Ra’s al-Naqura sostammo vicino ad altri camion. Gli uomini stavano consegnando le armi ad alcuni agenti della polizia. Quando toccò a noi vidi sul tavolo fucili e mitra e vidi anche una fila di grossi veicoli che, infilandosi per le strade in salita, entravano in Libano e si allontanavano sempre più dalla terra delle arance.. Per ultimo scoppiai anch’io in singhiozzi. Tua madre, sempre in silenzio, guardava ancora le arance, mentre negli occhi di tuo padre luccicavano tutte le piante di arancio che stava lasciando agli ebrei. Tutte le piante di arancio, da lui comprate, una per una, sembravano scolpite nel suo volto e luccicavano nelle lacrime che non riuscì a trattenere davanti all’ufficiale del posto di guardia.

      In serata, quando arrivammo a Saida’, eravamo diventati profughi.
      Come gli altri fummo inghiottiti dalla strada. Tuo padre sembrava più vecchio di prima e pareva che non dormisse da un sacco di tempo. Se ne stava in piedi, per strada, davanti ai bagagli ammucchiati in terra. Allora pensai che se avessi solo cercato di dirgli qualcosa, sicuramente sarebbe esploso in bestemmie: “Maledetto tuo padre, e maledett..”. Queste due bestemmie gli si leggevano chiaramente in volto, ma io, anch’io, il bambino educato in una severa scuola religiosa, proprio in quei momenti stavo dubitando che Dio potesse realmente aiutare l’umanità. Dubitavo anche del fatto che questo Dio potesse ascoltare tutto e vedere ogni cosa. L’immaginetta colorata che distribuivano nella cappella della scuola, e che rappresentava il Signore che guarda con compassione i bambini e sorride, mi appariva come un’altra delle tante bugie inventate da quelli che aprono scuole severe solo per arraffare rette più salate. Non avevo dubbi, però, sul fatto che Dio, quello che avevamo conosciuto in Palestina, anche lui era diventato profugo da qualche parte, chissà dove, lui stesso incapace di risolvere i problemi; figuriamoci noi come potevamo risolverli, noi profughi umani, seduti su un marciapiede in attesa di un nuovo destino che ci portasse qualche soluzione, e per di più assillati dalla responsabilità di trovare un tetto sotto il quale passare la notte: nella mia mente di bambino aveva già cominciato a insinuarsi il dolore.

      La notte rappresentava qualcosa di terribile. Il buio che piano piano calava sulle nostre teste mi riempiva il cuore di terrore, e il solo pensiero di trascorrerla sul marciapiede mi terrorizzava profondamente. Era pura e semplice paura. Non c’era nessuno che mi potesse consolare, né potevo trovare nessuno presso cui rifugiarmi. Lo sguardo silenzioso di tuo padre mi faceva sprofondare in un nuovo terrore, e quell’arancia nella mano di tua madre mi faceva salire il fuoco in testa. Tutti erano taciturni, fissavano la strada nera come se aspettassero di veder spuntare da dietro l’angolo il destino venuto a risolvere i nostri problemi, a condurci sotto un tetto qualsiasi. E all’improvviso il destino arrivò.
      Si trattava di un tuo zio, venuto in paese prima di noi. Fu lui il nostro destino.
      Tuo zio non aveva mai avuto una grande fiducia nel genere umano e la perse completamente quando si trovò anche lui sul marciapiede, proprio come noi. Si diresse verso una casa abitata da una famiglia di ebrei, spalancò la porta, ci scaraventò dentro i bagagli, poi, con la sua faccia rotonda e con il dito puntato su di loro, in arabo purissimo disse: “E ora andateci voi, in Palestina!”. Naturalmente loro in Palestina non ci andarono, ma la sua disperata risolutezza li spaventò a tal punto che si ritirarono in una stanza, lasciandogli un tetto e un pavimento.
      Tuo zio ci aveva portato proprio in quella stanza. Ci stipò lì dentro, insieme alla sua famiglia e ai suoi bagagli, e così quella notte dormimmo accatastati sul pavimento con i nostri piccoli corpi coperti dai cappotti degli uomini.
      Quando ci svegliammo, ci accorgemmo che gli uomini avevano passato la notte sulle sedie. Lentamente la tragedia stava penetrando in ogni cellula del nostro corpo.

      A Saida’ non ci abitammo a lungo perchè la stanza di tuo zio non bastava nemmeno per la metà di noi e, malgrado ciò, ci aveva ospitato per tre notti. Poi tua madre chiese a tuo padre di andarsi a cercare un lavoro qualsiasi oppure di farci tornare agli aranceti. Ma tuo padre, con una voce piena di risentimento, le gridò qualcosa in faccia e lei si azzittì. Così cominciarono anche i nostri problemi familiari. Quella nostra famiglia felice e unita ce l’eravamo lasciata dietro con la terra, gli abitanti e i martiri.

      Non ho mai saputo dove avesse preso i soldi, tuo padre. So che aveva già venduto l’oro regalato a tua madre il giorno che aveva voluto renderla felice e orgogliosa di essere sua moglie. Ma quell’oro non risolse granché dei nostri problemi. Ci sarà stata un’altra fonte di guadagno: forse avrà fatto debiti, o avrà venduto qualcos’altro che si era portato dietro senza che noi lo vedessimo. Io non lo so, mi ricordo, però, che ci trasferimmo in un villaggio nei dintorni di Saida’ e là tuo padre, da sopra a una terrazza di pietre, ritornò a sorridere. Stava aspettando il quindici maggio per poter fare ritorno a casa sulla scia degli eserciti vittoriosi. E dopo un’amara attesa quel quindici maggio finalmente arrivò.
      Ero immerso in un sonno profondo, quando, a mezzanotte in punto, tuo padre mi scosse con un piede e mi annunciò solennemente, con voce piena di speranza: “Alzati! E guarda l’entrata degli eserciti arabi in Palestina!”. Saltai in piedi come un forsennato e, a mezzanotte, attraverso le colline, scendemmo a piedi nudi fino alla strada che passava a un chilometro dal villaggio. C’eravamo tutti, piccoli e grandi; eravamo trafelati, correvamo come pazzi. Da lontano si intravedevano le luci degli automezzi verso Ra’s al-Naqura e, quando arrivammo, avevamo freddo, ma sentivamo solo le grida di tuo padre. Come un ragazzino si mise a correre dietro al camion, incitava gli uomini, gridava con voce rauca, ansimava. Sembrava veramente un ragazzino e continuava a correre dietro il convoglio dei mezzi. Noi gli correvamo vicini e gridavamo con lui, mentre quei bravi soldati ci guardavano da sotto gli elmetti, imperterriti e silenziosi. Ansimavamo tutti, quand’ecco tuo padre che, sempre incitandoli e correndo malgrado i suoi cinquant’anni, tira fuori dalle tasche sigarette e le getta ai soldati, con noi, come un piccolo branco di capre, sempre accanto.
      All’improvviso finirono i camion e rientrammo a casa sfiniti, ansimando. Tuo padre smise di parlare e anche noi non avevamo più la forza di dire nulla. Quando una macchina passò di là e illuminò il volto di tuo padre, ci accorgemmo che le sue guance erano bagnate di lacrime.

      Dopo di ciò le cose si si susseguirono con una grande lentezza. I comunicati ufficiali ci avevano ingannato all’inizio, ma ormai la verità, in tutta la sua amarezza, non poteva più essere negata.
      I volti si rabbuiarono e tuo padre cominciò a provare una grande difficoltà nel parlare della Palestina e del tempo felice trascorso nelle sue piantagioni e nelle case del suo paese. Noi costituivamo le mura dell’enorme tragedia che si stava impadronendo di quella sua nuova vita, ed eravamo anche abbastanza scaltri da scoprire, senza troppa difficoltà, che arrampicarsi di mattina presto su per la montagna, come ci ordinava lui, serviva soltanto a distrarci dal chiedere la colazione.
      La faccenda si fece ancora più critica. Anche la cosa più semplice suscitava la rabbia di tuo padre. Mi ricordo perfettamente di quando uno di loro gli chiese qualcosa – non so che, e non me ne ricordo – lui sussultò, poi si mise a tremare come folgorato dalla corrente. I suoi occhi sfavillarono. Un pensiero maledetto gli era già balenato per la testa. Sussultò di nuovo come se avesse trovato una soluzione soddisfacente: confuso come chi sa di essere l’unico a poter risolvere il problema e ha paura di un passo decisivo. Tuo padre cominciò a vaneggiare e a girarsi da tutte le parti alla ricerca di qualcosa. Alla fine si precipitò su uno scatoloneche avevamo portatao da ‘Akka, scaraventando tutto all’aria con movimenti frenetici e spaventosi. Tua madre comprese subito tutto e, con l’inquietudine delle donne che temono per i figli in pericolo, ci spinse fuori dalla stanza e ci ordinò di correre su per la montagna. Noi però ci fermammo davanti alla finestra e, premendo le nostre piccole orecchie contro il legno, sentimmo con spavento che tuo padre gridava: “Li ammazzo, mi ammazzo anch’io, la faccio finita, io..”. Poi, improvvisamente, tacque: attraverso una fessura, guardammo nella stanza e lo scoprimmo sdraiato per terra che singhiozzava e rantolava. Tua madre gli stava davanti, in piedi, e lo guardava piena di compassione. Prima non capimmo bene, ma ricordo che, quando vidi la rivoltella nera accanto a lui, per terra, ogni cosa mi divenne chiara.
      Spaventato a morte, come un bambino che all’improvviso si imbatte in uno spirito, corsi verso la montagna. E allontanandomi da casa, mi allontanavo anche dalla mia infanzia. Compresi allora che la nostra vita non sarebbe più stata semplice e tranquilla e che, come unica soluzione, restava solo una pallottola in testa per ognuno di noi. Avremmo dovuto comportarci bene e secondo le circostanze. Non avremmo potuto nemmeno chiedere da mangiare qualora avessimo avuto fame; saremmo dovuti restare in silenzio quando un genitore avesse parlato dei suoi problemi, e avremmo dovuto annuire e sorridere ogni qualvolta ci avesse detto di andarcene in montagna e di non tornare prima di mezzogiorno.
      La sera, quando era buio, ritornai a casa. Ricordo che tuo padre era ancora malato, tua madre gli stava seduta accanto e tutti voi avevate gli occhi che luccicavano come quelli di un gatto, con le labbra strette come se non fossero mai state aperte, come cicatrici di una vecchia ferita mai guarita. Ve ne stavate seduti lì, uno attaccato all’altro, tanto lontani dalla vostra infanzia quanto dal paese delle arance, quelle arance che – ci aveva raccontato un contadino che le aveva piantate – sarebbero rinsecchite, una volta cambiata la mano di chi li innaffiava. Tuo padre era ancora ammalato, a letto, e tua madre ingoiava le lacrime di una tragedia che si legge ancora oggi nei suoi occhi.
      Entrai furtivamente nella stanza, inosservato, e il mio sguardo cadde sul viso di tuo padre che mostrava ancora le tracce della sua rabbia e della sua impotenza. Vidi sul tavolino la rivoltella nera e, accanto, un’arancia: era rinsecchita e dura.

    7. Grazie Omar, ne ho fatto un post.
      Abele

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