Fabio Tolledi: Sul teatro e altro

quando una compagnia di teatro parte…

è usuale per una compagnia di teatro caricare e partire. le compagnie si chiamano di giro, partire è il momento ordinario dell’avventura straordinaria del fare teatro.
ma questa volta è diverso, è sicuramente diverso.
in questi anni abbiamo conosciuto luoghi che ci hanno profondamente cambiato, che hanno aperto il nostro orizzonte e hanno cambiato il baricentro del nostro mondo.
negli anni ‘80, quando ho iniziato a fare teatro, che ho iniziato a studiare teatro in quella che fu la nostra università, il terzo teatro, l’antropologia teatrale che qui aveva un punto di riferimento ci insegnava che questo Salento era un luogo delle perdute origini del fare teatro, luogo da cui passare, che non si poteva incrociare di passaggio, luogo verso cui un poco andare per trovare quelle tracce tra oriente e occidente, periferia infinita o botola della storia (per dirla ancora una volta con Bodini), la nostra signora dei turchi era una madonna del migrante (Bene) o il corpus domini celato dal drappo viola (Barba). Ecco, il teatro della fine del secolo scorso era la memoria ferita e tradita del migrante che in sé, nel proprio corpo segna la ferita dell’abbandono della propria terra, non il segno della resistenza.
A partire dalla metà degli anni ‘90 abbiamo capito che il pensiero meridiano ci imponeva di pensare a partire da noi, dalla nostra condizione concreta, di una terra concreta e violata. E abbiamo fatto di questa Salento il luogo molteplice di un teatro possibile. È il mediterraneo, questa terra.
e allora abbiamo cominciato a girare tra pari nella terra crosta sorella. La Grecia prima di tutto. Non la Grecia antica, ma la Grecia contemporanea e antica nel contempo, nel tempo condiviso proprio del teatro dell’ora e qui. Tra queste MINNE VAGANTI che l’industria dello spettacolo ci dona, tra questi grandi eventi che inaridiscono questa terra, tra i musicisti divorati dallo star system che tutto rende uguale e consumabile, tra un DE-MARTINI di questo Salento da bere, che senso ha cercare di scovare il senso del teatro, il senso di una comunità impossibile, inconfessabile, impraticabile?
Che senso ha dunque, ancora, oggi, partire, da qui, con il proprio teatro?
“Fatevi dare un teatro” esortava l’Antonio Verri in Fate fogli di poesia. E allora alla Grecia, vera e senza vesti o vestali abbiamo aggiunto l’Albania, il Kosovo, Cipro, la Siria, il Libano, la Giordania, la Francia, il Marocco, la Spagna. e dovunque abbiamo trovato gente che chiedeva, che domandava al teatro quello che mai avrebbe potuto trovare dentro un televisore, al cinema, in una sede di partito, anche in una università.
Perché quello che accade in un teatro vivente è l’incontro tra donne uomini. Perché quello che accade in un teatro è la vita.
Questo strano percorso ci porta oggi ad incontrare la Palestina. la terra da cui viene Gesù Cristo, il luogo dove una ingiustizia assoluta ha luogo da più di sessant’anni.
un luogo dove la buona coscienza dell’Europa ha pagato il proprio debito con la Shoah. Vi pare strano il termine shoah in arabo si dice nakba: la catastrofe. Lo stesso termine indica il progetto di genocidio nazista e la perdita della terra e il progetto di genocidio nelle terre sante.
migliaia di profughi, migliaia di morti.
E noi con il nostro teatro, andiamo a raccontare le nostre storie lì. Lì dove la storia soffre. Lì dove il Mediterraneo sanguina. Lì dove il povero Cristo si è sacrificato. Dove i poveri cristi, a Gaza, vivono in condizioni disumane, dopo una aggressione militare che ha massacrato centinaia di donne e uomini e bambini. Lì dove un muro di 480 chilometri viene costruito, dopo il muro di Berlino, contro il muro di Berlino, contro la falsa coscienza del democratico occidente, del nostro caro near-west.
E lì porteremo Perse. dopo averlo fatto sul mare del CPT Regina Pacis di San Foca, dopo averlo fatto vicino al muro che divide Nicosia tra parte Greca e Turca, parleremo con parole incomprensibili, con le parole di Jean Genet che parla di Sabra e Chatila, campo profughi di palestinesi, dove miglia di donne, bambini e anziani furono massacrati. E Genet ci diceva parole della bellezza, della resistenza della bellezza, del cuore che batte e riesce a cogliere la bellezza anche dentro la distruzione. Bella come una ragazza palestinese che ride. questo è il viaggio di un piccolo teatro, che viaggia da solo. Un piccolo teatro che come dice Testori, a noi scarrozzanti, scopre continuamente che la funzione del teatro sta alle radici dell’indicibilità

Fabio Tolledi

Ho sopra riportato il commento  di Fabio Tolledi al post sul progetto “Roads and Desires”. Un testo che porta a tante riflessioni e testimonia tutto un approccio all’arte, al teatro, alla vita, all’altro (noi stessi) che si fa forma di resistenza, esigenza di “dare senso” in tempi di simulacra e imbonitori spietati.  Un testo/mappa che propone una geografia poetico-esistenziale a me particolarmente cara (Bodini-Bene-Verri…), di pensieri “meridiani”  che ci ricongiungono ai luoghi del sempre.

Ripropongo una mia poesia scritta dopo un incontro con Roberto e mio fratello Doriano e a entrambi dedicata (l’essere andato via è vissuto a volte con senso di colpa; in loro ritrovo quello che mi sarebbe piaciuto fare se fossi rimasto).

 Poeti

Vi vedo in foto libri fuori stampa

uomini con barbe nere occhio brillo

donne scintillio di passioni fresche.

Allora conoscevo appena il nome

tutto sembrava succedere altrove,

mentre voi uno ad uno morivate

giovani come polipi sbattuti

sulle rocce di Badisco, sbranati

dalla vertigine di un altro volo.

Avrei voluto vedervi invecchiare

allegramente preparare il viaggio

a Leuca con cappelli a larghe falde,

vi leggo invece nelle ore tarde

scandaglio di questa striscia di terra.

A.L.

19 Comments on "Fabio Tolledi: Sul teatro e altro"

  1. Cosa si può aggiungere a tanta lucida analisi di Tolledi? Nulla, è già tutto il disastro civile e di coscienza in queste parole che non sono soltanto il ricordare.
    Abele, poi, con la sua splendida poesia, gli fa da risonanza.
    Ringrazio di cuore enrtrambi.

  2. annamaria ferramosca | marzo 20, 2010 at 15:08 | Rispondi

    Sì, fare teatro in questo modo è ancora una volta civiltà che cammina. quella delle nostre radici greche che non sono identità, ma appartenenza, capaci di nutrire rami che s’intrecciano ad altri rami, dovunque. non devi mai rammaricarti, Abele, di essere lontano. oggi lo scambio è possibile e profondo, e la rete lo rende vivo e ri-generatore, come vedi. vi auguro incontri densissimi in Giordania e ovunque facciate giungere Lysistrata con la sua verità senza tempo.
    voce chiara a voi tutti
    Annamaria

  3. “Perché quello che accade in un teatro è la vita.”
    un ottimo commento questo di Fabio Tolledi che appunto trasmette quel senso del teatro come “forma di resistenza” del quale tu Abele dici.
    (ieri ho sentito Wenders dire che il suo progetto di fare un film sull’immigrazione (lle riprese in Calabria), si è trasformato in un documentario piuttosto scarno, quando dei bambini immigrati gli hanno detto (vado a memoria, a senso, non mi ricordo le parole esatte): “se tu avessi fossi un vero uomo racconteresti la nostra vita, non una storia”

    Questo mi porta fortemente alla tua poesia, Abele, un po’ per via dell’immagine forte e altamente visiva ” morivate/giovani come polipi sbattuti/sulle rocce di Badisco”
    un po’ per quello “scandaglio”, d”occhio brillo”, per il senso di un passaggio che solo il colpo d’ala d’occhio può tenere sospeso in volo, oltre la caduta e la nostalgia forte di quel “Avrei voluto”.

    Grazie
    e ciao

  4. Giancarlo Locarno | marzo 22, 2010 at 09:21 | Rispondi

    Molto belle le considerazioni di Tolledi che riportano a un teatro di trincea, di prima linea, alle sue origini di guitti girovaghi sul carrozzone verso l’ignoto. Questa suggestione e i versi della poesia di Abele ‘morivate giovani / come polipi sbattuti’ mi richiama alla mente
    la famiglia di saltimbanchi che si uniscono al cavaliere Block nel settimo sigillo di Bergman, che poi saranno gli unici che si salveranno.

  5. roberta quarta | marzo 23, 2010 at 10:55 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Alla ricerca dell’animale.
    New key words. Extra effort, tonight nothing appears. L’idea di una scrittura pubblica mi frena.
    Quello che diceva Fabio rispetto alla questione femminile e alla comprensione profonda dell’autonomia da una produzione di pensiero maschile è cruciale.
    A volte si dimentica l’orizzonte di Lysistrata, o meglio la sua azione.
    Nient’altro, un’azione che vede chiaro nelle cose, che possa anche essere una cesura, un’inversione, l’impensabile.
    Cosa facciamo qui con Lysistrata, con tutte le complicazioni che comporta, con questa ostinazione che a volte si schianta?
    Che cosa è ridere? Che cosa può produrre una risata? Una esplosione di vita.

  6. Iula Marzulli | marzo 23, 2010 at 10:56 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    (…) Concetto di epimeleisthai, “prendersi cura di se stessi”. I problemi posti sono due, a) che cosa sia il sé di cui si deve prendere cura, e b) in che cosa consista questa cura. In primo luogo, dunque, che cos’è il sé?
    “Sé” è n pronome riflessivo, e ha due significati: Auto, significa infatti “il medesimo” ma veicola anche la nozione di identità. Questo secondo significato fa sì che la domanda si sposti da: “che cosa è il sé” a “su quale piano troverò la mia identità?” da Michel Foucault “tecnologie del sé”

  7. Eleonice Mastria | marzo 23, 2010 at 10:57 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Un senso che si rinnova per questa nostra Lysistrata araba. Tutto è rimesso in discussione. Si trasforma. Lysistrata indosserà abiti nuovi.
    Lavoro sui canti come priorità, come necessità di arrivare a chi ci guarda nonostante le eventuali difficoltà linguistiche. E’ molto interessante farsi accompagnare in questo viaggio con persone di cui non possiamo vedere il volto, ma possiamo leggerne le parole.
    Siamo in attesa di scoprire e definire questo gruppo di lavoro.
    E continuiamo ad interrogarci intanto sul femminile, sulla comicità, sull’oscenità del potere e su cosa significhino in questi luoghi queste parole.
    Ritorna l’imperativo di far ridere ed è questo che dobbiamo continuamente tener presente.

  8. Serena Stifani | marzo 23, 2010 at 10:58 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Avvertire l’essere doppio di questo lavoro, che l’essere doppio è proprio la sostanza stessa di questa Lysistrata.
    E il doppio entra en tutta le parti del lavoro, si costituisce quasi come “metodo”.
    Proprio ieri dicevamo le nostre parole-chiave. Due. La prima, la parola-chiave del nostro sentire in quel momento, del nostro intimo anche.
    La seconda, su richiesta di Fabio, che ci chiamava a uno sguardo più complesso e comprensivo di tutto, diceva invece di un’apertura verso il mondo, il senso di fare Lysistrata qui.
    E le parole-chiave potevano ancora sdoppiarsi in un movimento infinito, nell’atto mancato che ogni parola porta con sé, la disseminazione di ogni parola o invece nel nuovo sguardo che traccia altro senso.
    Ma doppia è questa Lysistrata. Doppia è la comicità. Doppia è l’oscenità.
    Come fare che questo doppio non diventi contraddizione impraticabile?
    Doppia è la comicità, come dice Agamben riferendosi alla Commedia di Dante: “la distanza antitragica tra attore e ‘persona? Diventa qui scissione ‘comica’ tra natura umana (innocente) e persona ( colpevole)… per questo, mentre la commedia – che rifiutava l’identificazione col prosopon, tanto più che essa aveva al suo centro la figura del servo, cioè dell’ apròsosòs per eccellenza – ha conservato nella cultura moderna la maschera, la tragedia ha dovuto necessariamente sbarazzarsene. Chi compie il viaggio nella Commedia non è un soggetto, un Io in senso moderno della parola, ma insieme una “persona” e la “natura umana”.
    E qui sarebbe importante capire la funzione della comicità per la critica, sarebbe importante perché all’attore comico, al folle, al giullare di corte è delegata la funzione del dire la verità ( Re Lear di Shakespeare) e come noi ci poniamo ora, con questa consapevolezza, in questo contesto.
    E’ doppia l’oscenità: oscenità del potere ( e anche in questo si schiude un doppio) oscenità della bellezza.
    Da le mille e una notte , la verità è in molti sogni, non in uno solo, la verità è nei sogni di molti, non nel sogno di uno solo.

  9. Antonio Palumbo | marzo 23, 2010 at 11:12 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    “ La mia vita continua.
    Il vento volge i miei giorni sul duro
    Sentiero, me e la mia gente,
    ci accolgono ai bordi
    roccia, spine e croce,
    la mia vita con la mia gente continua.
    dietro il fiume boschi di brune lance
    si scuotono e crescono
    e la furia della tempesta
    svela il mistero e dona al mondo drago
    il segreto delle parole
    strepiti e burrasche
    fiamme e scintille
    bruciano i passanti sul duro sentiero
    e a gruppi le vittime
    in un solo abbraccio cadono
    in una morte fraterna
    e la notte, per lunga che sia,
    genera ancora astri che seguono i passi del sentiero.
    L’oscurità è stelle
    La mia terra è melagrana, zampilla sangue
    Mormora
    E la mia vita continua,
    la mia vita continua.”
    Fadwa Tuqan
    A coloro che sfiorammo
    A color che sfioreremo
    Al loro dolore, per amare della bruciatura

  10. Manuela Mastria | marzo 23, 2010 at 11:13 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORODA AMMAN

    Dalla luna mi è caduto
    un biglietto d’amore
    e, incanto per gli occhi,
    ha offerto la sua luce.
    Bello a vedersi
    La sua bellezza raddoppia
    quando ne leggi le parole
    che sono altrettanti fiori.
    Signor mio tieni pronto l’elogio funebre di un uomo il cui cuore si è fermato fra le tappe della commozione e quella della diffidenza.

    Aprire fino al punto in cui non c’è più confino tra te e me, non c’è più confine. Essere un canto piccolo e feroce. Un rimprovero necessario per richiamare le nostre mancanze. Per farla uscire questa vita che sanguina dagli occhi. La parola chiave è cazzuto, che è penetrare, essere uomo e donna, accettare il gigantismo della procreazione, l’eccesso che ci abita. Priapo e il suo fallo enorme, le falloforie e l’abisso. Non ritirarsi verso il proprio segreto. Verso la propria ambiguità.

  11. Francis Leonesi | marzo 23, 2010 at 11:14 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Primavera
    Eccò, ci siamo here we are JordAmman it’s Jordan man to me Aman looks like a long no ending highway ( to heaven ?) with a hord of houses ( ten thousands beneath the trees) and huge buildings on each side you do need a car here no romantic passeggiata in the good ole historical hysterical city la nostalgie n’est plus ce qu’elle était ! yesterday we started the training back to the collective exercices for me damned good ! primavera chi prima verra riderà vero ?

  12. Lenia Gadaleta | marzo 23, 2010 at 11:15 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Questo luogo che non conosciamo,
    che non guardiamo se non per brevi passeggiate o sbirciando fuori dal finestrino del pulmino…
    hotel teatro
    teatro hotel
    l’incontro è coi volti
    e con i racconti di chi ha scelto di percorrere con noi giorni strani dal tempo dilatato
    la nostra storia in una sola parola
    intrecciata contemporaneamente a Lysistrata
    qui abbiamo scoperto che anche gli animali parlano lingue diverse
    miao, miau, miu
    bau bau, au au, huf huf
    chicchirichì e cocoricò

  13. Gaetano Fidanza | marzo 23, 2010 at 11:15 | Rispondi

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Siamo chiamati ad un lavoro molto difficile in questi giorni.
    Viene a mancare la comunanza linguistica tra noi e i nostri interlocutori e così il lavoro comico non può non essere che lavoro di corpo, di suono, di ritomo.
    -lavoro sull’immagine anche-.
    Relazione con chi guarda e capacità di variazione.

  14. Carissimi/e ho dedicato un post alle vostre considerazioni sul lavoro di oggi (cliccate sul commento precedente).
    Abele

  15. iula marzulli | marzo 25, 2010 at 06:43 | Rispondi

    tracce I

    Il lavoro di una compagnia richiede molta cura, molta cura nel tenere occhio e cuore aperti
    nel considerare le proprie debolezze, paure, solitudini alla luce di una possibilità di apertura, nell’essere disponibili, disponibili e pronti.
    Il lavoro di una compagnia sta nel tempo della bellezza, un tempo che non ha le misure del tempo umano ma è altra misura, altro segno che slarga, sconfina
    Lì dove la bellezza conserva, serba, la sacralità della vita stessa
    se ancora vale qualcosa, se ancora siamo capaci di richiamarla a noi
    qui dove tutto si disperde dentro il tempio del soldo (nella doppia accezione di soldo/ soldato), della convenzione, del pensiero marmorizzato, omogeneizzato
    I tempi di questo difficile consorzio umano si dilatano o si concentrano con un movimento di contrazione e dilazione che ha tutto del movimento del cuore.
    Adesso è il momento di spiccare il volo, di lanciarsi al di là del muro
    proprio qui, proprio ora
    nonostante tutta la tristezza che ti divora, nonostante la rabbia, nonostante te e me
    Siamo adesso in un tempo che si contrae che porta nel biancore scalcinato dei muri di Amman i segni della gente che passa, dei turisti candidi, degli uomini dagli occhi neri, dei nostri cari paraolimpionici dal sorriso che mi snuda, della povertà, dei gatti dal pelo smangiato, del saluto della venditrice di camomilla di cui continuamente immagino la bocca, degli anatroccoli che non sanno di essere pasto, del tuo passo
    che da lontano seguo con le labbra arse da quest’aria bianca
    una voglia miei cari compagni, una voglia di correre fino a che il pianto non si trasformi in riso
    un desiderio di poter riuscire a trovare una via che dia luogo all’esserci di ciascuno di noi, con la sua infinita variante e col suo difficile portato
    Il desiderio di poter portare immagini che siano pasto, questo sì
    pasto per gli occhi

    cosa è questo fare teatro?
    Cosa è ora il teatro?
    una tenda aperta al sole del deserto
    un deserto di sabbia un deserto di case infinite che si rincorrono per le colline
    un deserto di stantia aria leccese
    un deserto dove improvvisamente nasce una rosa

    in questo modo dis-umano ci barchiameniamo per portare l’immagine di noi stessi svincolata dal nostro essere noi, un corpo che si lascia attraversare dalle mille e una notte storie
    un corpo che scornicia che esubera che ramifica
    che arriva che cerca un modo di inventare un nuovo modo
    se ne siamo capaci
    se siamo capaci di pensare che è possibile trovare un nuovo modo se si vuole vivere

    e quello che posso darti è quel poco che so
    e questo è lo spazio
    proprio ora proprio qui

  16. This is an entry i wrote 3 days ago, but i just figured out how to use this blog 🙂
    it was on the 25th march

    Lost between a land and another, a vacuum and its brother!
    I cannot smell the sand nor the earth, even the possession of mine I cannot do that! I have confronted a bizarre reality today, but I cannot define.
    From the passed two times I have worked with Astragali different emotions and feeling arise!
    The confrontation of feelings like love, care, hatred, desire, confidence, unconfidence, indifference, loneliness, fear, safety!
    Today in workshops/ rehearsals, was sitting on the audience’s part, I was looking at each one of them, I was thinking … what is this beauty that each person has living in, thus forming Astragali… and how could it be true, is there something like this in the universe… living, breathing and talking?
    What part of the world are we? what makes the world round? what makes the world in parts? These questions made me re-open previous emails from Iula, I have seen my way of living in the passed 3 years, and how I am now, I must say, Astragali changed a lot in me!
    It helped me to cling more to my culture, respect it and cherish it. It so amazing how much kindness astragali posses, and the kindness in each person. Its beautiful how I can easily look into their eyes, without feeling threatened or naked; I feel so comfortable looking into each person’s eyes. Thank you Astragali.
    For today this is what I can afford to say… looking forward for tomorrow’s workshop. I am thankful for the positive energy we produce during warm up circles, and I believe everyone who has ever been in the circle feels the same.
    Bounna notte.

  17. This is today’s entry
    I didn’t choose to be on this land? I swear it was not my choice. I am not saying I am unlucky, I am just saying, I didn’t choose to be here, breathing here, looking at these colours, introduced to these people. Smelling these scents. Maybe I meant to be somewhere else. Maybe everyone else was meant to be in a different part of the world. Maybe each human being was born the opposite. We are just playing a game after all huh?!
    I really do not understand how this blog of roads and desires work?! I am not sure if i am posting on the right post ?!

  18. Francis Leonesi | marzo 30, 2010 at 22:05 | Rispondi

    30 mars Nasce un spazio

    Dalla fenesta del hotel ho visto sull’ali dorate in fronte un piccolo troupeau de chèvres how come they don’t have a proper cheese here 6, 7 capri trottellando tra case e vuoti spazi

    Mi sento un pò solo questo mourning ognuno è preoccupato delle sue cose time to concentrate on the job to do go back to the fondamentaux présence respiro la spinta articolazione aperture del petto lo sguardo la conscience

    Humilité

    Les remarques sont des remarques de travail don’t take them personnally

    Sabato Fabio fait la lumière define create the light of the show the stage changes completly with the luce un volume se dessine un espace se crée un espace apparait secret

    Nascio un spazio il nostro luogo

    Amman belle ville bella cità ogni ali dorate è una moderna casbah allargata our pullmino is a boat climbing and sliding upandown the waves all these hills are drawing Amman s’étend maintenant sur 19 collines on top of one of them an isolated roman antic gate keeps watching questa mare nostrum e la nave va every morning every evening we’re working mainly on our action(s) making it (them) more precise the most efficient as we can working on their rythm

    E la nave va

    Boccace non è più, Dante è morto e io, mi sento anche male

    Just kidding I’m feeling all right very happy to be here to be part of this travel trip journey addventura we did the sequenza backwards un filage à l’envers commencer par la fin nous a permis de mieux travailler les dernières séquences de les peaufiner usually when we get there we’re always tired

    15 milliardi di €uros per comprare bombardieri di oggi
    2 milliardi di €uros per la ricercà e l’università
    italian numbers meno che Silvio è !

    According to the reception desk of the Palmyra hotel it’s always 6.40 in Tokyo

    Spettacolo alle 7 pm è andato bene tousse est bien passée in spite of the local light technician(s) goofing around

    E’ nato un spazio s’è chiuso un spazio

    Il nostro il vostro luogo

    Il giorno dopo ci sono cose da dire Fabio’s words à propos de notre prestation directions à suivre perspectives demain départ

    Early afternoon una passeggiatta da sè downtown saw the roman ruins had un jus de canne à sucre di nuovo fil souk to get from the center of the city to the conference about il comico nell’area mediterrannea I took the only taxi in Amman who didn’t know where’n what the Royal Cultural
    Center was (maybe its driver is a republican !)
    – What is an actor, what is theatre ?
    – ??!!??
    – You mean, like Shakespear ..?
    We arrived in time at the cultural center par le chemin des écoliers thow and somehow I got a scenic sight of the town got to see places I’ve never been passing by before after a while the crocodile called his wife whom in his approximativenglish he called “my husband” and she gave him an idea of where the place could be

    Il nostro spazio

    Got to meet and speak to Beny B an australian performer Uli Duregger an austrian autor and actress and 2 nice young jordanian men who took us by car to the city center conversations in the car singing together with the radio on sharing some experiences passing some time insieme taking photos sharing a social halfanour

    Il nostro luogo

  19. nice post. thank you so much for the information

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