Rossella Tempesta: L’impaziente

John William Waterhouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 I

Giri e giri di parole
giri intorno a noi stessi
alle nostre solitudini sodali

giri intorno al palo
a cercare il chiarore,
il bianco oscurato
dalla gran mareggiata di cose.

Più bianco, più luce, Amore mio.
E girare solo dentro al chiostro
dei tuoi denti, vorrei.
Perfezione del bianco.

Dicono che morendo
la si incontra, una larga
luce bianca.

*

II

Quando facevo i conti
(e li sbagliavo)
con una adolescenza oblunga
iniziata capovolta,
dalla morte all’infanzia.

Povero corpo,
fatato biancolatte da sfiorare
pelle mia, pelle di anima.
Donna da fare e da disfare.

Dalla trincea di carne
che sono i tuoi fianchi,
dalla punta chiara delle tue dita sottili,
una sera,
ho compreso che sono.

Dalla scissione di me
in cellule e membra rosee
e capelli e mani e occhi dei miei figli
ho saputo che sono capace
di alzare (non sempre) lo sguardo.

Ho saputo che genero

*

Via Flacca

Dove alle sei del pomeriggio settembrino
il fagiano attraversa quietamente la Via Flacca,
fa un salto quasi volato e con la coda lunga
struscia appena i cespugli di menta selvatica,
risalendo il fianco della Roccia dei Falchi

Qui dove bevo con gli occhi
bellezza infinita, paradisiache visioni
di una figlia venere che emerge e s’immmerge
ore ed ore, e dell’acqua trasparente
conta le onde ben pettinate nella sabbia del fondo

Oh lo splendore delle geometrie aeree,
traiettorie dei grandi migratori, aironi regali
che sopra i nostri corpi stesi al sole
sorvolano le stagioni; così relativa dunque
la fine della nostra estate…

E i miei figli ed il mio uomo
con sorrisi bianchi bianchi,
immersi in questo grembo marino
circonfusi da fronde smeraldo
protetti da promontori d’oro.

Ora vivo qui.

John William Waterhouse

 

Buonanotte Giorno. Ho cominciato a sfogliare L’impaziente e mi è capitato, istintivamente, di porgerne le pagine al naso. Quasi a cercarne l’odore. La nuova silloge poetica si porta dietro l’odore della vita della sua autrice, Rossella Tempesta. Altre due volte mi è capitato questo gesto involontario: leggendo Emily Dickinson e Silvia Plath.

“Più nuda di una perla/ nel fango del porcile/ ho preso a camminare/ fra cose nude e nere,/ le loro cose care”. Nelle poesie de L’impaziente c’è tutta la vita di Rossella Tempesta, ma senza biografismi. Si coglie, anzi ti entra dentro intimamente, una ricomposizione circolare tra parola e cose, tra segni e significati. Questi versi riescono a dare alla cosa il proprio nome. “Terrazzatissima, tutto vano, inferno con panorama”, a cominciare dal dolore, di cui ci viene offerta una cognizione naturale, e per questo condivisibile. “Il male c’è/ – abbi fede -/ dissimulato in una apparenza ininfluente/ nei gesti che non pesiamo, nella onnipotenza che non com-/ prendiamo di avere”.

Dolore e carne, questo è il viatico di questa poesia. “Probabilmente la Morte”, ha scritto la Dickinson, “che colpisce in modo tagliente e presto negli anni, mi ha inculcato un riverente timore per l’amore, fatto più di apprensivo che di pace”. Il dolore è per la Dickinson il “naturale disgelato”. Lo è anche per Rossella Tempesta. Ma alla fine de L’impaziente ti resta un sentimento di pace. Non ti resta apprensione. Rossella ha fatto bene e per intero i suoi conti con la vita. E alla fine ha messo tutto a posto, con estrema naturalezza. Ha rimboccato il letto al suo mondo, e ce lo porge al suo risveglio come un paradigma aurorale delle nostre stesse possibilità. E’ riuscita – parafrasando ancora la poetessa americana – mettere a letto un giorno faticosissimo. Buonanotte giorno. Il suo giorno. Il nostro giorno.

“C’è in questo libro un’insita, vitale contraddizione, un costante, propulsivo dualismo che è disegnato dal naturale svolgimento dei versi nel loro disegnare la vita come avviene”, ha scritto Chiara De Luca nella prefazione. Queste contraddizioni, giorno/notte, amore/odio, morte/vita, si svolgono scandite tra luoghi e figure viventi in filigrana, tempi e modi, partendo dall’intenso Rap iniziale, e poi dipanandosi lungo versi spezzati, ovvero lunghi e più potenti nella loro capacità di fissare istanti, situazioni, sentimenti. Fino a giungere alla loro perfetta sintesi circolare, che pone il proprio punto finale e di chiusura, proprio là da dove si era partiti. Se “dunque il titolo di questo libro è animato dall’impazienza di dire la vita”, Rossella, al contrario, ha compiuto questo viaggio poetico senza impazienza alcuna. “Tenetevi le stole/ le uova di storione/ io voglio andare al sole,/ passatemi a trovare”.

Pasquale Vitagliano

7 Comments on "Rossella Tempesta: L’impaziente"

  1. Grazie a Rossella Tempesta per questi versi che creano come un vortice di luce e dolore, e a Pasquale Vitagliano per averli proposti insieme ad una analisi puntuale ed articolata. Mi trovo d’accordo con Pasquale nel riferimento a Emily Dickinson e Silvia Plath, anche se più che a un “vulcano”, nel caso della Dickinson, o demoni, per quanto riguarda la Plath, qui il dolore porta a un senso di consapevolezza, a qualcosa che, come dice Pasquale, lascia un sentimento di pace.
    Abele

  2. Mi piace molto questa poesia quasi “tattile”, profumata, visiva. La natura ingloba l’essere e i suoi travagli descrivendolo e “scrivendolo” in modo accurato e minuzioso;si sente lo scricchiolare dell’anima e il passaggio della Morte come della Vita ad accudirla o ad angosciarla sempre di soppiatto, in una visione consapevole del dolore. La scelta di abbinare a questi versi Waterhouse, aggiunge la raffinatezza che sottolinea il verso asciutto ed elegante.
    Nightingale

  3. di rossella tempesta già conoscevo una introduzione ai versi di vera d’atri, una data segnata per partire, edizioni Kolibris di bologna, e che mi ha colpito molto per acume sensibile, qui scrive in modo straordinariamente felice con grazia raffinatissima ben colta da l dott. P. Vitagliano.. i miei compliment di cuore
    r.m.
    ps: abele ti invio per posta l’ex libris per il volume citato

  4. Poesia bella e complessa, articolata in strutture forti ma con cadenze lievi. una poesia da conoscere e approfondire.
    grazie

  5. PUNT(U)ALI
    rinforzi del tessuto
    ogni cimOSA
    è margine che non delimita un tessuto
    ma lo rincalza,nel senso della lunghezza del viaggio, con un ordito più fitto dove si cercano gli impressi, marchi di fabbrica, della “solidità”, della garanzia lasciata dalla vita stessa, fin dentro la morte. Grazie,ferni

  6. Ringrazio Abele, Pasquale e tutti coloro che mi hanno fatto l’onore di un commento… GRAZIE!

  7. nella prima lascia il segno la lama di luce, come girando e rigirando il coltello nella piaga. ma in generale colpisce il nitore oblungo (non so se rende l’idea, ma è ciò che più vi si avvicina srotolando i corpi e le parole).

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