Teresa Ferri: Angelo di pietra

Paul Delvaux

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove

Dove
cardi selvatici
danzano
al fiato della luna
orologi impazziti
battono il ritmo
di un’ora senza minuti
e mancano sillabe
a queste parole sognate
che si snudano d’illusioni
in bilico di mondi,
incredule di grammatiche
seduttive
dalle vesti che frusciano
di raso e falsi calendari.

Mani volano
farfalle
su tastiera d’onice e avorio
e sei respiro
d’ogni metafora spiumata
che va senz’ali
fino al limite estremo
di ogni dire
l’altrove.

 

Nota in margine a un ricordo in giallo

Ossessione che scoppia di giallo negli occhi
– e le ginestre, le ricordi le ginestre? –
in estate il ghigno d’afa già nell’aria di morte
sul balcone a sprofondo sul mare
nella notte delle cesure

e l’odore di resina a impregnare di verde
ogni gesto parola silenzio,
il profumo viola del mare di notti incapricciate
stampato sulla pelle come un tatuaggio
– e le cicale? Ricordi? A punteggiare le pause di silenzio brucato sulle labbra –

e la corsa a singhiozzi su per le salite,
l’autostrada asfaltata dei nostri “perché” senza ritorno
e perifrasi e litoti dietro l’angolo in agguato,
dietro costellazioni di tremiti oscuri
dove la tua fragilità si è vestita di amianto

nel sorriso biondomiele nascosto tra i “forse”
annidata ogni resistenza complice
al dipanarsi di nenia quotidiana,
orme calcate sul prato all’inglese
comperato a metro
(come non si può con l’amore).

Solo note in margine a un ricordo
che non può più ricordare
ma si basta nell’eccesso dell’assenza
e ancora incolla gli occhi alle ginestre
d’arroganza gialle, riflesso sfavillante
da certi ex libris da sfogliare ancora
e ancora e ancora.

 

Filo d’ore spinato d’incensi

Parola spezzata in rantolo d’asma suicida
in mille specchi concavi convessi
solo sembianze fruste e deformate
ad abitare sensi
e distonie di mondi rovesciati
solo cartoni a perdere
a correre le strade
fermi ai semafori
dove rossa lampeggia indifferenza
e verde applaude la pietà dormiente
su altari a pagamento
tra preghiere affumicate e litanie del giorno
che spine ha negli occhi e tarli sulla lingua.
Ecco, l’affanno sgrana senza posa
icone del sacro, promesse di salvezza
senza che l’ombra stampi una certezza
se non di maschere misere e pagliacce

solo un filo d’erba
a sillabare
flebile
la lotta la vittoria lo scacco la follia
di quella zolla fiera,
nuda di strappi e passi
sorda allo scarno mormorio dei venti
(fragili mani a imprigionare il cielo).

Paul Delvaux

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stagione di nebbie

 
Cieli capovolti dentro l’ampolla
a figurare fiabe, alchimie segrete
al caldo del camino raccontati miti
nuvole fiati affabulazioni antiche
(raspa a pelle d’anima
come una ferita).

Martella un ritmo dal sapore antico
e al cuore picchia il becco spaurito
di un pettirosso in fiore
che in dono reca una rosa
e solo una carezza, ricompensa.

Geometrie d’assenze a rovesciare l’esserci,
sagome di un dire a labbra chiuse anfibio
il sogno arso di primavere state,
erbari di suggestioni nate tra cespugli nani.

Si srotola l’ansia di sorvolare il fato,
aperto il pugno a chiedere lunari
a pioggia giù dal cielo, quasi calvario
a disfiorare ciglia
di luce obliqua a ritagliare resa
cricchia dentro il cuore di castagna secca
muta di scintille in chiaroscuro, morte.

Stagione di nebbie e di silenzi assorti
bruciati da abbandoni e da epifanie risorte,
sangue di morsi e di rimorsi spenti
da effimere sembianze e da guizzanti sorsi
di latte e assenzio su crinali e venti
qui sul trabocco dove accima il Senso.

 

Angelo di pietra

A nervi scoperti d’ogni metafora
un ghigno sale dal pantano
e lacera il silenzio addormentato
dell’angelo di pietra
imprigionato nel suo giardino
dove leggera spira una brezza
a dissetare l’afa.

Pesanti troppo le sue ali mute
d’anagrammi incastonati tra le piume
sporche di catrame tossico
chiudono stretto l’ultimo fiato
rosaoro di tramonto
mentre ancora un’alba dispettosa
squadra d’accenti il mare

e si fa sera.

 

Trigonometrie imperfette

No, non esiste

Solo parole
cucite
una accanto all’altro
a tessere racconti
a profilare mondi
di fanti e di cavalli,
di zaffiri sonanti
e tormaline.

No, non esiste.

Trigonometrie imperfette anch’esse
queste vite.

Tu che t’affanni a disegnare miti,
io che col compasso squadro la tela squadro,
squarcio i pensieri
e tu t’annodi dentro fantasie
(è un gorgo)
e di graffiti segni il tuo cammino.
Il mio, fiorito di teoremi e corollari,
all’incontrario va
in cerca del conforto dei suoi lumi
e del pallore diafano di lune,
forse poesia.

No, non esiste.

Solo un ectoplasma
nel grembo della notte
che di stanchezze
si alimenta e vive.
Sfibrate le sinapsi
enigmi creano,
boschi castelli gnomi
elfi streghe fate

e scoppia il sole.

 

 Ecco di nuovo il faro

Asimmetria di passi a ingarbugliare rotta
(l’ago impazzisce di bussola senz’anima)
dove a sud-ovest
o forse a est chissà
voce arrochisce
tra palme, case bianche, salvia
e ulivi verdargento baciati dalla luna.
Ecco di nuovo il faro.
Quello che tagliava i nostri corpi nella notte
sbiancata di teorie assopite a riva
tra ciottoli neri di petrolio e aguzzi
che di netto tagliavano l’andare
di cantastorie senza sogni e storie
tutti dismessi lungo oblique strade
e arzigogoli barocchi in pietra porosa
che chissà perché ricorda la tua voce
rotta come da scroscio e da deriva
mentre fantasma ogni fantasia
appare e poi scompare, onda di marea
che batte nell’orecchio o nella conchiglia
quasi a scandire il tempo,
residuo di molliche nella tasca
forse tarlata da umido rimpianto.

20 Comments on "Teresa Ferri: Angelo di pietra"

  1. Un incanto di scrittura, consapevole, elegante di rimandi e riflessi, che sa farsi specchio e “filo spinato”; metafisica inesorabile dello “strappo” e del fluire del tempo. Grazie Teresa.
    Abele

  2. Grazie, Abele, di queste parole di stima e grazie dell’ospitalità offerta ai miei testi.

  3. Splendida la scelta delle tele di Delvaux: grazie, Abele!

  4. Bellissima raccolta. Complimenti a Teresa, e anche ad Abele.
    Grazie

  5. Grazie, Cristina.
    In quanto a Delvaux, Teresa, ci ho pensato subito mentre leggevo “Dove”.
    un caro saluto
    Abele

  6. Nell’aporia dell’ago che deve rendersi necessariamente indecidibile ci si deloca verso l’uno e l’altro “verso” (nell’uno e nell’altro verso) imbroccando -più o meno (in)consapevolmente- tutti i sentieri percorribili.
    E’ sempre una questione di “apertura” e di “possibilità”, di fari spenti da tempo e di fari ove riattizzare il “fuoco” per disseminare quella luce che illumina “da interno a interno” sia gli angeli di pietra che, per così dire, i demoni di sabbia.
    Aperture (a)simmetriche, talvolta si aggrovigliano amplificando i nodi, talaltra sciolgono i punti nodali da cui dipanare la matassa di un senso che gioca a rimpiattino con se stesso e con la sua propagazione ad “altro da sé”.
    Possibilità di prosecuzione e invaginazioni. Risonanze e ritenzioni. Messa in mobilità dell’istinto e della ragione.
    Ogni “mozione” sembra cercare una protesi in quella “e” che possa metamorfosizzarla in “emozione”.
    Luci oblique, (s)barbaglianti, al bianco di latte, nei “cieli capovolti” dove le fiabe si sfigurano e si (s)tingono nel verde-assenzio.
    Ed è poco importante che le linee traccino collegamenti geometrici ove imprimere indelebilmente un “segno” o che invece disegnino curve informi e informali su quell’asse paradigmatico ove basculano, interpolandosi, la presenza e l’assenza.

    Mani volano
    farfalle
    su tastiera d’onice e avorio
    e sei respiro
    d’ogni metafora spiumata
    che va senz’ali
    fino al limite estremo
    di ogni dire
    l’altrove.

    Non c’è bisogno di aggiungere altro.

  7. Abele a casa tua si incontrano belle persone tra cui Teresa spicca per personalità ideativa molto intensa e accostarla a P. Delvaux mi piace da morire… se Lei, Teresa è Poeta sofisticata e non per tutti i palati (fortunatamente) Lui, Delvaux, non a caso è poco frequentato, anzi, mi è capitato di leggerne, che lo hanno accostato al “porno”! mai stupidaggine del genere capita di leggere! anzi direi che accostare i due Artisti Ti e Vi onora, un saluto dal vostro
    r.m.

  8. Grazie, Cristina, dell’apprezzamento di questi versi.
    Delvaux: sì, poco conosciuto, ma l’ho avvertito molto familiare a questi testi, che mi sembrano mirabilmente rispeccjhiati nelle rappresentazioni pittoriche. Ancora grazie dell’accostamento, Abele.
    Enzo, ti ringrazio della tua lettura, in cui aleggiano autori a me cari. Hai colto perfettamente la pendolarità tra assenza e presenza, un tema che abita ciò che scrivo e che s’insinua a volte senza che io lo voglia, come mi accade con il dissidio tra ragione ed emozione. Le epifanie del reale spesso si confondono con quelle oniriche o con sagome state in questa giostra che è la scrittura, una giostra che, mentre rende possibili tutti i mondi, anche l’assurdo, come scrive Quasimodo, ci consente anche di guardare la realtà con lenti “strane” e spesso ci conforta del male di vivere.
    Roberto, sei sempre sensibilissimo lettore, acuto interprete delle corde linguistiche. Ti ringrazio delle belle parole e di trovare consono l’accostamento dei testi a Delvaux. Porno? pazzesco! qui davvero non si capisce più niente!
    Grazie di nuovo a tutti!

  9. Vincenzo Mancuso | febbraio 1, 2010 at 12:14 | Rispondi

    Ottimi testi.Scrittura fine,incanta.In particolare – “Trigonometrie imperfette”.I miei complimenti Teresa.

  10. Molto belle queste poesie. L’ultima è quella che preferisco.

  11. Raffinatissimi versi composti sulla tastiera di un pianoforte piùttosto che sulla pagina…narrano mondi e sogni, ferite e luce mentre il ritmo cirocscrive piccoli universi dell’anima.

    Rosaria

  12. Grazie a Vincenzo, a D.Q. e a Rosaria di aver letto e apprezzato questi testi. Rosaria credo che tu abbia colto giusto: ho suonato il pianoforte per tanti anni, amo la buona musica e senz’altro spesso è il ritmo a guidare ciò che scrivo.
    Sempre più affascinata da queste due tele di Delvaux.

  13. Proporrò presto un altro poeta pianista :))
    un caro saluto a tutti, Abele

  14. Cari amici, perdonatemi gli accenti messi a caso: sono sfuggiti al computer!
    Sono felice di avere colto nel segno nel caso di Idea Vagante: non sapevo che Teresa Ferri suonasse il piano.
    Sono curiosa di scoprire chi sarà il prossimo poeta-pianista che Abele proporrà su Neobar…

    A presto,

    Rosaria

  15. Teresa mi ha sorpreso in queste poesie, non so se sono di un prima o di un dopo, rispetto a quelle che sapevo di Lei, sono diverse anche se, a caratterizzare la sua scrittura trovo come filo conduttore la gentilezza, gentilezza che non le impedisce di dire anche più di altri, di concetti dove non ti aspetteresti di trovarla, ed è in questo contrasto la forza invece dirompente, di un’eleganza che ammutolisce le grida, trova un silenzio e si fa ascoltare.
    In queste poesie Hai un linguaggio meno confidenzziale, meno intimo più duro, ma non si nasconde quell’io particolare Tuo.

  16. Grazie, Romeo. Non capisco la tua sorpresa, sai? Non so però cosa tu abbia letto di mio. Meno confidenziali questi testi? sinceramente non lo so. Ogni autore, per quanto avvertito possa essere, è l’ultimo a poter dire qualcosa sui propri lavori creativi, per cui forse è meglio che io taccia 🙂

  17. E’ così che intendo la Poesia, è così che vorrei fosse sempre quando la leggo. Grazie per averci regalato questo raggio di sole meraviglioso. E grazie anche ad Abele ovviamente.
    Con stima,
    Federica Nightingale

  18. Grazie a te, Federica, di questo bel giudizio! E benvenuta nella mia lista amici.

  19. lo *snudarsi* dei nodi e gli *anelitoti* forsennati alla luna disegnano trigonometrie imperfette d’un’eleganza sabbiosa: il fascino di luce immortala l’attimo dello slancio frustrato, in cui l’appoggio sotto i piedi cede e il salto non altrova l’etere. una sorta di ossimoro fisico-cenesteisco dove mani farfalle e angeli di pietra s’incontrano modulando incredibilici lamenti sull’urlo dell’ab ipso. oppure, mutatis mutandis, la pietra scopre d’essere porosa e il treno dei pensieri s’inabissa sferragliando a mo’ di grave nello sprofondo amare.
    in parallelo, il gioco mi ricorda l’oscillazione pendolare (pend’orale) che dà peso alle parole e al tempo, sbocciando corollari in fiore e relatività allagate secondo cui il non essere si può provare a t’essere mediante i fili d’erba.
    beh, non far caso al mio delirio azzurro (a volte il pomeriggio è troppo azzurro ed ogni senso all’incontrario va… specie quando ritorna indietro nell’oscillazione del periodo, tra distonie di mondi rovesciati e di parole rammendate, una accanto *all’altro*).
    ottima poesia, come sempre.

  20. Grazie, malos! Che bello rileggere i tuoi de-lyra linguistici, ricchi di suggestioni… azzurre.

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