Abele Longo: L’Infinito dentro

Fissa lo schermo la maschera folle
e vede, il pernod fa bene la parte,
la voce trista che lo sguardo elude
sospingere molle gli interminati
fingimenti dei vizi tuoi umani
di là dalla dieresi di quïete.
Guarda, dalla nuova teca, per poco
il cerone non disfigura il mento,
odi stormire il lamento di quello
infinito che ridonda la voce,
del comico che sfida il padreterno,
macchina a sfinimento nel presente
di un idillio che s’incanta e calpesta
le viscere reliquie del tuo io,
di quando Otranto vomitavi al mare.

a Carmelo Bene

14 Comments on "Abele Longo: L’Infinito dentro"

  1. una grande interpretazione di lirica oserei dire perfetta del nostro leopardi, unico poeta italiano dell’800 che può “competere” (orrendo termine e me ne scuso!) con i maledetti francesi!

  2. Carmelo, Carmelo e solo Carmelo, non accetto Leopardi recitato da altri (è una mia limitazione, forse, ma se è una limitazione è infinita e così estesa).

    Guarda, dalla nuova teca, per poco
    il cerone non disfigura il mento,
    odi stormire il lamento di quello
    infinito che ridonda la voce,

    bellissima e che bello se l’avesse potuta leggere C. B.
    Ciao

  3. Condivido l’opinione di Sabino … non solo è un meraviglioso omaggio, ma questa, come poche, andrebbe recitata ed ascoltata, oltre che letta.
    Una vera perla.
    Anto

  4. molto bella, Abele
    la chiusa è uno spettacolo

  5. La “voce trista” (rid)onda(nte) dell’infinito par relitto nel mare del lamento di reliquia. Ma, nell’in-canto, il poeta diviene poesia, e canta nel calpest-io di un io vibrante: Leopardi par un dì presente nella “maschera folle” di una “macchina a sfinimento”.

  6. se “l’infinito è dentro” e il mare è l’onda di lamento viscerale, un sommovimento che porta al vomito (appunto al deflagrare esterno di quell’infinito dentro nel quale si naufraga spesso), allora nel proprio fingimento i “lo sguardo elude” e non esclude.

    Mi piace in particolare l’avvolgimento ritmico di questa poesia, che va di pari passo come quello filmico (che poi è una ripresa al rallenty su quelle “viscere reliquie”-bellissima immagine di ogiva che richiama, allo stesso momento, quel dentro di pancia, quello della teca cranica e anche “la maschera” iniziale di cerone (c’era fusa)
    e quello relativo ai lemmi della poesia di Leopardi (ottimo).

    molto riuscita ed intrigante, Abele.
    ciao (e Buon Anno!)

  7. cavolo, mi scuso con tutti per la sintassi che zoppica, potrei dire che mi è saltata la connessione dopo aver postato il commento (vero), ma l’ingarbuglio non cambia, ciao.

  8. Grazie di cuore.
    Abele

  9. mi ha colpito fin da subito il sub-limine del titolo: “in” finito dentro. ovvero, parrebbe che in effetti l’in fosse andato a finire proprio lì dove doveva, e cioè dentro, all’interno. dentro la maschera.
    splendida poi la vertigine in enjambement di “per poco”, che posso leggere sia “guarda per poco la teca”, ma anche “per poco il cerone non disfigura il mento”.
    mento, quindi, nel senso sottinteso de “io mento” dicendo *l’infinito* (che allora forse non è dentro, ma nel punto di flesso tra interno e esterno, ovvero, matematica-mente nel punto esatto in cui s’innesca la “comunicazione”).
    l’io che vomita a-mare… notevolissimo.

  10. Thanks! :)))

  11. Nina Maroccolo | gennaio 11, 2010 at 16:53 | Rispondi

    Caro Abele,
    definirei questa poesia: PERFETTA – e concordo con l’analisi fatta da Malos.
    *
    [So la lentezza, ma stiamo iniziando a postare le prime quattro cartoline/oggetto di OpenChaos. Speriamo che preso il via, le altre si producano in tempi ristretti]
    Un abbraccio forte,
    Nina

  12. Grazie Nina e un abbraccione anche a te (della lentezza ne ho fatto virtu’, e da sempre aspetto… don’t worry:-)
    abele

  13. sovrumani silenzi e profondissima quiete

    io
    nel pensier mi fingo
    ove per poco il cor non si spaura

    Tutto sembra e ruota attorno a questo nodo, ora sciolto, e non è più possibile fingere, si è scoperto che tutto è maschera, tutto è fingere d’essere ciascuno un padreterno: dietro c’è un sovra-umano silenzio, la siepe che ci preclude di vederci l’uno con l’altro e di accedere a noi stessi.
    Ciao Abele,f

  14. e non ci sovvien l’eterno…
    Un abbraccio, Ferni.

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