Vincenzo Mastropirro: Tretìppe e Martìdde

Me vaite ind’a nu fiàure de carte
forte e coloròte.
Stoche chiandòte ind’a la tìerre
‘nanze a la tòmbe d’attaneme
ca se sté a pisciò sòtte da re resòte.
L’addemanne: “peccè stè a réire?”
ed idde la spicce subete.
Senza parlò vogghje sdradecamme e scappò
ma m’arrecùorde ca nan’ pùozze.
U terrene me mange a picche a picche
la paghiure me pigghje ma
pe fertìune m’arrecùorde d’esse nu fiàure de carte
e nan’ pozze meréje.
Mò capisce re resòte d’attàneme.

[Mi ritrovo in un fiore di carta / forte e colorato. // Sono piantato nella terra / davanti alla tomba di mio padre / che si sta scompisciando dalle risate. // Gli domando: ”perché ridi?” / e lui smette immediatamente. // Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare / ma mi accorgo che non posso. // Il terreno mi ingoia a poco a poco / il terrore mi assale ma / per fortuna ricordo di essere un fiore di carta / e non posso morire. // Ora capisco le risate di mio padre.]

*

La parola giùste è stetò.
Nesciùne ‘ngéine ind’ u cile è stòte ‘nvendòte
la prove è la cadìute irresistìbile de l’angele
ca’ cadene ‘ndìerre cume chelumere sfatte.
R’illussiòne s’allundànene sembe de cchjue
nan’ ne remone ‘ca la finta resòte
metténne la tavue estive, addò ‘nu ‘bbune piatte
de gronegréis-patòne-e-cùozze
spénge abbasce u ‘muzzeche amòre du delàure.

[Il verbo giusto è spegnere.
Nessun gancio nel cielo è stato inventato / la riprova è la caduta irrefrenabile degli angeli / che si schiantano a terra come fioroni sfatti. // Le chimere si allontanano sempre più / non ci rimane che la finta allegria / apparecchiando la mensa estiva, dove il magnifico piatto / di riso-patate-e-cozze / spinge giù l’amaro boccone del dolore.]

*

Nan’ so abetuòte a lavamme assè.
U addàure naturòle ca tenghe ‘ngùdde
è cume u addàure de la scorze de pòne
tanne tanne sfernòte da Masìne-u-fernòre.
Mò, ste a vìue
adenò re meddèiche da sàupe a la tevagghje
assapràmme a picche a picche
pe vedàje chere ca sò e chere ca so stòte
senza dèisce na paròle
senza dèisce proprie nùdde.

[Non sono abituato a lavarmi molto.
L’odore naturale che ho addosso / è come l’odore della crosta di pane / allora per allora sfornato da Masino il fornaio. // Ora sta a voi / raccogliere le briciole dalla tovaglia / assaggiarmi a poco a poco / per scoprire quello che sono e quello che sono stato // senza dire una parola / senza dire proprio niente.]

*

Giuseppe Boschetti

So prevòte a salvò pizze de munne
mettìennue ind’ a chire scequarìdde
fatte cume re padde de vitre
chere ca quanne l’aggire e vulte
asciènne la nàive.
Tutte so prevòte a salvò
nan’ velaje allassò proprie nudde.
Pigghje da dò… pigghje da dà…
e u munne se ne venaje a pizz’ pizz’
ch’ere ‘na bellìezze.
U paèise meje è stote u cchjù difficile da salvò
specialmìende da re vanne a do àvete eje…
cume se dèisce… ‘do ‘bbasce… au Sud!
Dà, la gente nan’ velaje
ca teccuàje proprie nudde
quòse quòse me ne sciàje careche de mazzòte.
So penzòte…
nan’ sacce peccè, ma niue, ‘ddo ‘bbasce
òmme decise de cambò acchessì mòle
anche quanne u Segnore n’è dote l’opportunetò
d’esse espùoste ind’u Paravèise
tenute cume le gingille, cume re d’aure.

[Ho provato a salvare pezzi di mondo / mettendolo in quei giocattoli / a forma di palle di vetro / quelle che quando le rivolti / scende la neve. // Tutto ho provato a salvare / non volevo lasciare proprio niente. // Prendi di qua…prendi di là… / e il mondo si staccava a pezzi a pezzi / ch’era uno splendore. // Il mio paese è stato il più difficile da salvare / specialmente dalle parti dove abito io… / come si dice …qui giù…al Sud! // Lì, la gente non voleva / che toccassi proprio niente / quasi quasi me ne andavo carico di botte. // Ho pensato… non so perché, ma noi, qua giù / abbiamo deciso di vivere così male / anche quando il Signore ci ha dato l’opportunità / di essere esposti in Paradiso / tenuti come gingilli, come oro.]

*

Quànne code la nàive
arrevuògghje tòtte re percuarèje du munne.
Sole re làpede de le vicchje
ìessene da u mante
a testimùonie de chere ca petai ìesse
e nan’ è me stòte.
E’ mègghje ca la nàive
pigghje u sopavvìnde
fin’ad arrevegghjò totte
re quindòle e quindòle de carne sfàtte.

[Quando cade la neve / copre tutte le porcherie del mondo. // Solo le lapidi degli avi / affiorano dal manto / a testimoniare quello che poteva essere / e non è mai stato. // E’ meglio che la neve / prenda il sopravvento / fino a coprire tutti / i quintali e quintali di carne sfatta.]

Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e Martìdde. Questo e quell’altro, prefazione di Luigi Metropoli, nota critica di Francesco Marotta, Roma, Giulio Perrone Editore – Divisione LAB, collana “Uranò”, 2009.

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Note
Il dialetto è quello parlato a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari.
Il titolo tretippe e martidde è un modo di dire locale pressoché intraducibile, una sorta di onomatopea, un rullo di tamburo, come per dire …questo e quest’altro.
Note per la lettura
La e senza accento si legge alla francese cioè muta.
La è con l’accento si legge così com’è.
Il dittongo ìe si legge così com’è.
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Giuseppe Boschetti

Capita sempre più raramente di leggere testi di questo spessore, capaci di ingenerare a ogni approccio un coinvolgimento emotivo e intellettuale tanto profondo e “radicale”.
La capacità, che emerge dirompente in alcune liriche, di ricreare, attraverso l’utilizzo in chiave antiretorica del lessico delle radici, una “lingua bambina” in grado di ri-definire, ri-plasmandoli,
i lineamenti delle cose, è la nota più evidente di questa scrittura oltremodo affascinante.
In essa, infatti, la “lingua-madre” delle radici, più che cristallizzare le immagini per preservarsi in forma di icona, le anima di un movimento vorticoso nel quale sembra ad ogni istante dissolversi, ma dal quale emerge, a barlumi, il volto albeggiante di tutto ciò “ca petai ìesse”. In queste liriche brilla, intensamente, l’epifania di un mondo fermato dallo sguardo nel suo non-ancora, prima di essere parte del reale che illumina con la sua stessa assenza, con la memoria di quanto fu negato: il “miracolo” della poesia: quando accade.

Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a precostituire, in funzione “soterica”, un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante. E’ una lingua, quindi, che cerca il “contrasto” per crearsi spazi di esistenza autonomi, e che dal contrasto (ad esempio con gli “inserti” di una lingua omologante, letteraria o quotidiana che sia) esce rafforzata, vitale nella sua convinzione di poter dare volto all’inespresso – perché non ancora -o all’inesprimibile – perché già stato o mai stato -.

Francesco Marotta

10 Comments on "Vincenzo Mastropirro: Tretìppe e Martìdde"

  1. Un poeta che scrive nelle nostre altre lingue è un “puro”, fa parlare la lingua con cui è cresciuto, continua a tenerla in vita. I cosiddetti “dialetti” nascondono tuttavia molte insidie, sembrano destinati solo a un certo tipo di poesia, didascalica o satirica ad esempio. Ammiro molto invece chi, come Vincenzo, riesce a toccare tante corde, a offrire diversi livelli di lettura e fare musica di una lingua che dà il nome più vero alle cose: “la scorze de pòne”, “chelumere sfatte”…
    Abele

  2. condivido in tutto il parere di Abele. Avevo già letto Mastropirro e ne resto colpita come allora.
    i miei complimenti sinceri

  3. Una fascinazione completa, in cui l’abbandono ai suoni e ai significati fortemente, eticamente carichi si fa tramite di conoscenza, di reminiscenza, in scosse temporali e geografiche che aprono il cuore delle cose. Bellissima lettura. Ho apprezzato molto anche il commento di F.Marotta.

  4. di non facile lettura per chi non conosce la lingua del luogo, pugliese forse è generico, ma affascina..

  5. vincenzo mastropirro | dicembre 14, 2009 at 10:51 | Rispondi

    E’ vero, so che la mia lingua è molto difficile da leggere, le traduzioni aiutano, ma la mia espressione e penso l’esprimersi in tutti i dialetti d’Italia porti alla radice dei pensieri.
    Poi è anche vero che non esiste un dialetto pugliese ma ogni paese, ogni piccolo centro possiede un proprio idioma. Ruvo di Puglia è in provincia di Bari.
    Grazie a tutti per le belle parole espresse.
    vincenzo

    http://www.vincenzomastropirro.it

  6. sono rimasta colpita dalle tue poesie,sono come un dipindo sulla tela della vita.In vernacolo sono più incisive ..forti,regalano emozioni,momenti di vita

  7. Gianpaolo G. Mastropasqua | dicembre 15, 2009 at 17:32 | Rispondi

    Ciò che trovo più originale e paradossale è che queste poesie vivono in una armonia di opposti altissima, da un lato la potenza ferale del suono, la crudezza sputata delle parole, velenose, avvelenate, sgorgate dal profondo arcaico ricordo bruciante, dall’altro un naturalissima leggerezza surreale delle immagini, una delicatezza visionaria che sposta tutto l’orizzonte poetico verso un non luogo di allerta martellante, così passato così futuro, così irraggiungibile!Un libro da ascoltare!

  8. vincenzo mastropirro | dicembre 15, 2009 at 19:45 | Rispondi

    Bello quello che hai scritto Giampaolo ed è vero che è uno scritto da ascoltare…lo farò presto con un giro di presentazione sotto forma di semplice lettura…non mancherà la musica.
    ciao
    v

  9. “Il mio paese è stato il più difficile da salvare”
    Già…
    Continuerò a leggere.
    Ciao.

  10. la curiosità di un libro da leggere. conoscere meglio un autore che apprezzo…

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