Alessio Alessandrini: La Vasca

Sharon Ebert

Quella Vasca come “sospensione pura e necessaria”
Quando rileggo “La Vasca” di Alessio Alessandrini, quando scambio qualche e-mail con lui, sempre torno a pensare o torniamo a parlare della necessità di una “terra di mezzo” viva e pulsante, una pausa liquida e purissima tra le cose che camminano affaticate sulla terra dura e secca.
È lo stesso Alessio a confidarmi che la Vasca , a suo modo, è una Terra di Mezzo, il luogo del sentire discreto, del fare poesia senza compromessi, del vivere ossigenato, limpido e acquoso, della tensione tutta buona dei tendini. Finiamo col vederci pupille sbendate e liberi dai pesi e dalle infrastrutture nel giro di pochi e buonissimi versi.
La Vasca è, dunque, una sospensione pura e necessaria.
Ed allora ecco che Tommaso, il ragazzo con qualche anomalia, ritorna – in acqua – alla sua “normalità risanata che lo eguaglia alla miglior specie umana” oppure ecco chiarirsi agli occhi del lettore l’abbandono dell’estetica per la cruda e nuda verità dei corpi, quei corpi che vanno a ricongiungersi all’acqua Madre, metafora di un certo “ritorno al principio, all’appena prima” che ci rifà uguali e sinceri (magari perfetti) di fronte al clamore del mondo, ai suoi disastri visivi, ai suoi rumori osceni. Ritorno, se vogliamo, ad un’ipotetica enorme placenta.
Ci ritroveremo a sentire tutta nostra, durante la lettura di queste poesie, un’ortodossia della Vasca – come dice Alessandrini – cui ritornare per fare della “discrezione” la natura ricomposta di noi stessi.
Anna Ruotolo

I

Il ragazzo che pur non conoscendo
mi riconosce gridando dalla
terza o dalla quarta corsia
e proclama il mio nome
mi chiama: maestro professore
ha l’aspetto regolare, una voce
da baritono gravida, che denuncia
una qualche congenita anomalia.
“Non ti preoccupare, non è tanto normale.
Ha qualche problema”. Mi rasserena
il compagno di virata cui faccio cenno col viso
grato per questa titubanza appena ricompensata.

Il ragazzo cui a torto darò nome Tommaso
ha un ottimo passaggio in superficie
una discreta confidenza con l’acqua
l’abilità di fluirvi all’interno
come per una normalità risanata
che lo eguaglia alla miglior specie umana:
un senso del corpo pieno,
un premio nello slancio che lo esalta.

Dopo nel vano dello spogliatoio
torna a fare proclami, dice che
Giovanna è una grande puttana,
non lo chiama, non risponde al cellulare,
ne cercherà un’altra di ragazza da scopare.

Fuori, fuori dalla vasca
tutto si riappropria
della scorza naturale.
L’acqua all’esterno è malata,
melma, fango, pozzanghera
dove ci si può specchiare, ritrovare,
dove ristagna stantia la tara quotidiana
il quotidiano liquido male.

X

C’è un impudico pudore
quando all’ingresso della vasca
esibiamo il nostro corpo
solare per slanci oppure goffo,
ghiotto, corrotto da nutella
e passione. Affanni avariati,
balli carnali, micro infarti
del tempo, c’è in ogni segno
un’ eloquenza esteriore, oscena
che nel mondo manteniamo
interna nel culto degli abiti,
nel trucco, nella postura
assunta al centro della scena.
Qui l’estetica è minore e
balena subito via nel guizzo
del tuffo illeso, garanzia
dell’ umore ricomposto
nella bracciata che avanza
assolta, libera, languida.
L’epilettica ombra umana
si dilegua nel fondo, sott’acqua
dove non incorre alcun giudizio
nel sentirci vivi e sgraziati
risanati nel nostro abbrivio
da carpa.

XIV

a Anny
Ora ti prego serra un poco gli occhi
e lascia che io tocchi l’acqua
della vasca – sospensione del tempo
che conservi all’interno, Madre,
con gli equorei bagliori, pneumatici, fragili,
animatori di guizzi e colori carpali.

L’amore ha cartilagini tanto sottili
che non tremiamo a stenderci dentro
come plancton o mitili saremo,
tiepidi animali marini.

Verrò a baciarli un giorno
a succhiarne il veleno
del sonno, del corpo morto,
quando avremo prosciolto le pelli
caduche per accidia e meschine
cancrene, che il mondo ci lascia
addosso col vento e la sabbia
e le lusinghe del dovere.

Allora saremo così trasparenti
da apparire nuvole indenni
eterne nel loro passaggio verbale.
Senza alcun osso.

Guizzeremo col nostro azzurro dorso
come lenzuola per impressioni di sogno
parole atone insondabili
nel loro amniotico vibrare.

Perciò, ti prego, serra gli occhi appena
perché possa davvero la vena
dei tendini prendere il largo.

I fiumi, lo sai, li abbiamo dentro,
lasciamo che scorrano glabri
nel loro letargo ventricolare.

Resisteremo e sarà ancora bellezza
la nostra voluminosa bellezza
autunnale.

Sharon Ebert

XV

Ammiro l’impudente nuotatore
che anticipa il colpo dello starter
e sordo al fischio delle false partenze
prosegue la bracciata
perché non sa fare a meno
dell’acqua e troppo grande
è il richiamo della vasca;
quasi meravigliato si domanda
cosa cavolo fanno i compagni di gara
inebetiti e sciatti, anonime
cere sul trampolino
a bordovasca.
Mentre prosegue in rettilineo
è tenace come un asindeto puntato;
se disconosce il metro del tuffo
e dell’arrivo il segno,
continua diritto per la sua via
in barba al brusio degli spalti,
allo strappo inguinale,
alla giuria che si sbraccia
per poterlo fermare.
Squalificare.

XVI

L’ortodossia della vasca dopo
tornata discreta, ricomposta,
senza più schizzi né ansimi
o slanci: ovattata, ferma.
E così mentre te ne vai
la sacca a tracolla,
con gli occhi bagnati,
si incolla nei tuoi abiti
languidi e ti sembra
di ascoltare ancora il tuffo,
l’urto che la va a spezzare,
tanto che ti volti di scatto
a guardarla ma non trovi
alcuna scia del mostro
che fluttua in apnea
nascosto.

Il morso lo porti dentro te
fra il piombo del cuore
e l’arteria giugulare
là, dove si muove pulsante.

Tuttavia non si può fare a meno
della zavorra, del desiderio,
anche nel più leggero camminare.

XXX

Questo distillato puro del corpo
che si approssima alla vasca
con la sua compatta geometria
di rimpianti e scheletri ossidati,
di stanchi progetti d’allegria
raggrinziti nelle pelli tumefatte
o semplicemente canute e lasche,
appena dopo il tuffo smemorate
si addestrano all’altro mondo,
ricomposti alla stasi molecolare,
all’assoluta bellezza dell’incontro
con quanto si sarebbe voluto dare
e si è perduto nel concedersi
all’aria, alla carica disumana
di misoginia e codardia.
Nella bracciata che scivola via
contraria, svapora la nostalgia
per la vita precaria, sognata,
in apnea conservata, dietro
limpida natante poesia.

Da ALESSIO ALESSANDRINI, La Vasca, LietoColle 2008

GENEALOGIE CONTEMPORANEE

Le autostrade agonizzano di gialli fari,
con sagome al buio malcelate,
nebulizzate particelle sui vetri,
sottoboschi di foglie incartapecorite,
si gettano bendate sul lunotto
anteriore e un brumaio di neri passanti
insacca il gelido alogeno delle piazze
con plastificate presunzioni e
conferme di avanzi.

Oggi alla conferenza Ezio
ha dichiarato con autorevolezza che
È davvero morto il padre.

Il mio lo è
da tempo con le nodose rughe spalmate
sul viso e radi verbosi silenzi.
Io come molti presumo di essere ancora
vivo, almeno per poco, io e il mio
progetto genitoriale in archivio,
sepolto, in letargo, nelle tane.

Francesca parla di amore,
Valentino, intanto, soffia poesie bellissime,
ho deciso di dirglielo, anche se
forse loro sono uno tra i tanti sepolti,
come il figlio mio non nato, e
il padre di cui parlava Ezio,
o il mio, disarcionato,
l’inverno affilato dietro i passanti,
nelle vite abbondanti, intascato
nelle piazze ossidate, nelle auto,
nelle autostrade sanguinanti.

Le sagome intanto nei sottoboschi,
semivivi o semimorti,
celophanati a puntino
le abbiamo occultate.

Eppure io scrivo.

Forse è una lapide che scrivo.

[inedito]

Alessio Alessandrini, classe 1974, è nato sotto il segno del cancro a Ascoli Piceno dove vive e lavora. Insegnante di scuola media, da sempre è appassionato di poesia. Suoi versi sono stati segnalati in diversi premi letterari. Ha partecipato al Master “L’Arte di Scrivere” presso l’Università di Siena. La vasca è la sua opera prima con cui ha vinto il Premio Camaiore – sezione Opera Prima – 2009.

9 Comments on "Alessio Alessandrini: La Vasca"

  1. Grazie ad Alessio per questa poesia che si nutre di concretezza, dell’osservazione del quotidiano per aprire squarci sulle nostre vite. Versi puntuali che annullano le distanze e riportano, come dice Anna, a una grande “placenta”.
    Avevo letto alcune di queste poesie sul sito di Lieto Colle e ne ero rimasto molto colpito, quando Anna me le ha proposte, l’ho considerata una bella coincidenza.
    Abele

  2. La poesia di Alessio merita davvero. E’ un piacere leggerne.
    Grazie, Abele.
    Un abbraccio ad entrambi.
    Anna.

  3. GRAZIE GRAZIE GRAZIE AD ENTRAMBI. AD ABELE PER AVER DATO SPAZIO ALLA POESIA DE “LA VASCA” E AD ANNA PER AVER DATO VOCE ALLA POESIA STESSA… NON SO SE LA MIA SIA UNA POESIA NECESSARIA… SONO PERò CONVINTO CHE LA POESIA SIA NECESSARIA… LO è STATO PER ME, SPERO LO SIA PER MOLTI.

  4. E’ necessaria quella poesia che non si rinchiude nel proprio io, che riesce a rivelare la nostra “unità” originaria. Grazie di nuovo a te, Alessio, e ad Anna che confema come la poesia sia anche incontro, scambio.

  5. il 14 è un numero magico…

  6. molto belle le poesie di alessio e altrettanto bella questa breve nota di anna.

    sì, alessio, la poesia è necessaria.

    un saluto

  7. I fiumi, lo sai, li abbiamo dentro,
    lasciamo che scorrano glabri
    nel loro letargo ventricolare.

    Resisteremo e sarà ancora bellezza
    la nostra voluminosa bellezza
    autunnale.

    I fiumi che abbiamo dentro sono quelli che permettono alla nostra terra di non inaridire, di resistere nella bellezza ad ogni stagione, di rinascere (come suggerisce Anna nella sua bella nota) e di credere che non seccherà mai il fiore della poesia.
    Complimenti sinceri!

    E saluti ad Abele & C.

  8. a me vasca fa pensare a “decantazione”.
    vasca di decantazione, intendo (e forse non sarà una definizione “alta” né pura, ma spesso necessaria e significante).
    e qui l’idea che mi sovviene è quella d’una poesia molto diretta (quasi una prosa acapata, cosa che personalmente preferisco al verseggiare aulico) in cui m’immergo volentieri, essendo istruttore di nuoto nonché bagnino.
    adorabile, dunque la sezione XV, laddove empatizzo istintivamente col nuotatore “sovversivo” fino a nuotare in cerchio (retaggi vichiani). immagino poi, in chiusa, che la giuria in toto si tuffi in acqua per bloccarlo, ma venga dilaniata (essendo squali-ficato il nuotatore).
    compliments.

  9. invece io, che non mi sogno di nuotare, mi acciambello al malos “nonchè bagnino” (!:)), nella sua accezione di vasca come de-cantazione e anch’io particolarmente goduta la sez. XV.
    Cmq adesso, per non andare del tutto a rimorchio, dico che la vasca mi porta al problema dei corpo (dell’umano) immerso in un fluido (semplificando l’acqua e il respiro di una realtà mobile, in quanto anche non del tutto afferrabile), che riceve una spinta verso l’alto (e speriamo anche verso l’altro) pari al “peso” del fluido spostato, cioè pari al peso specifico delle proprie azioni, speranze, omissioni e quant’altro elevi o zavorri.
    In questo senso trovo questa poesia molto profonda, ma che sale correttamente in superficie a respirare e a porgere il respiro al lettore.
    anche i miei complimenti
    ciao

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