Malos Mannaja: il PUROMANZO (2)

Apisulfiorecopia

by malos mannaja

(niente sul comò)

La stanza del nonno non ha più le Madonnine. Ce n’erano tre, due bianche e una nera, in fila sul comò come le tre civette. Francesca non ha rinunciato a cantarle anche nell’assenza: ambarabà ciccì coccò, non c’è niente sul comò.
L’architrave della porta s’è abbassato fino a costringere gli adulti a chinarsi per passarci sotto e la finestra ha i vetri pieni di ulcere.

Poi, da qualche giorno, le pareti sembrano curvarsi come una vecchia con la gobba e le piastrelle sono venate da macchie violacee cadute dalla pelle del nonno.
Al centro della stanza, accanto alla macchina per respirare, il pavimento è intaccato da una grossa piaga buia: ha i margini scoscesi e i bordi neri. La nonna l’ha riempita di garze e ha dovuto spostare un po’ il letto che traballava perché una gamba cadeva precisa col tallone nella piaga.

Sul tavolino c’è ancora la televisione piccola. Ma è spenta e ha lo schermo gonfio che esce dal guscio di plastica.

Staccato di sette leghe dal frenetico accavallarsi degli eventi, il Gatto senza stivali si rassegna a mangiare la polvere e a mordersi la coda, girando su se stesso.

(mors tuo, vita mea)

– Oddio…
– Guarda il segno se non ci credi.
– Ossanto cielo…
– E non riuscivo più a fargli aprire la bocca!

Nerina è ancora spaventata. Mostra a Betta l’indice lacerato dal morso e prosegue nel suo resoconto.

– Stavo togliendo la dentiera come ogni giorno e la bocca si è chiusa forte, di scatto…
– Sembra incredibile.
– E non riuscivo più a tirare via la mano. Dopo un po’ ho pure gridato aiuto, anche se non mi sentiva nessuno… Così sono rimasta lì.
– E poi, come hai fatto?!
– Niente, gli ho parlato della fiera per passare il tempo. Lui negli occhi era anche più sorpreso di me: dev’essere stata una cosa involontaria dei muscoli. Poi, dopo una ventina di minuti, pian piano ho sentito che la presa si allentava.

Francesca studia le labbra curve del nonno.

– Perché ti ha morso, nonna?
– Non voleva mordere, amore. La bocca si è chiusa da sola, il nonno non voleva.
– Come fai a essere sicura?
– Certe cose si capiscono, anche senza parole.
– E se magari non vuole più che lo curiamo?
– Non dire sciocchezze, amore.

Restando a debita distanza, la bambina cerca un qualche segno d’espressione sul volto del nonno. Senza dentiera le labbra disegnano un imbuto.

– Non dai un bacio al nonno?
– Non ho voglia.

Nerina sorride.

– Non ti morderà, sciocchina. E poi comunque è senza dentiera.
– Ma se non è il nonno?

(cosa vuoi dire, amore?)

Lo sguardo della vecchia s’incrina.

– Cosa vuoi dire, amore?
– Se magari è un… mostro che ha preso il posto del nonno?
– Francesca, non essere cattiva. Il nonno non può parlare, ma capisce quello che dici.
– Ma perché allora hai tolto le madonnine… non le prega più?
– Il nonno è molto stanco.
– Mi fa paura…
– Smettila, adesso. Vergognati. Almeno una carezza e lo farai felice.

Betta spinge avanti la figlia. Francesca oppone resistenza, ma scivola inesorabilmente sulle chiazze violacee del pavimento. Il nonno l’attende immobile, sicuro di ingoiarla nell’imbuto.
Eppure, all’ultimo momento, un guizzo e la bambina sfugge alla madre, assestandole un calcio su uno stinco.
Corre via.

(strani accadimenti)

C’è agitazione in casa dei nonni, c’è Felice, insieme a Carlo. C’è anche un dottore.
Il nonno è caduto dal letto.
Francesca si è trincerata in cucina rinunciando a varcarne la soglia. Le voci camminano acute lungo il corridoio.

– Ma come *caduto*, signora?!
– Avevo preso il sonnifero… erano tre giorni che non dormivo… avevo sistemato tutto come al solito..
– Però la sponda doveva essere aperta.
– Di solito sì… la lascio giù, che tanto non si muove mica.

In cucina il ticchettio della pendola vorrebbe coprire ogni altro suono. La voce di Betta s’incunea tra le oscillazioni ritmiche.

– Quindi è rimasto in terra tutta notte! Oh… poveretto!
– Se si fosse staccato il tubo del respiratore avrebbe suonato l’allarme, quello l’avrei sentito, ma niente… il demonio è stato. Quando l’ho trovato stamattina alle sei era tutto livido.
– E ha chiamato il 118. Però non l’hanno portato all’ospedale…
– Gli infermieri l’hanno rimesso sul letto e il medico dell’ambulanza ha fatto tutta la visita. Poi ha detto che potevo scegliere io se ricoverarlo, ma che tanto non cambiava niente.

Francesca si affaccia sulla stanza del nonno.
La pelle dei muri cade e si scrosta a larghi brani. L’intonaco pare una carta geografica e tutte le pareti al tatto sono calde di febbricola e appena sdrucciolevoli di crema lenitiva che ristagna.
La puzza ha gli occhi a cavolfiore e odore cavo. Ammicca rotolandosi dentro al cratere enorme del terreno e scuote per le gambe il letto che vacilla, tutto inclinato, e pare capovolgersi.

L’aria vegeta urticante: piangono un po’ tutti.
Anche il nonno ha gli occhi chiusi: probabilmente sa che l’aria brucia. Il medico di famiglia adempie al suo mesto teatrino.

– Si sente ancora il battito, signora, ma è questione di ore.
– E come facciamo a sapere… a sapere se…
– Se capita qualcosa di nuovo mi telefoni. Comunque passerò più tardi, dopo l’ambulatorio.
– Grazie, dottore
– Sì, grazie davvero, dottore.
– In realtà, lo vede, non posso fare niente, proprio come voi.

Francesca resta ferma immobile e trattiene il fiato, in attesa che termini il respiro successivo.

da
Il PUROMANZO ( tre etti di )
sottotitolo esplicativo:
Dio soffre di prostata e s’è pisciato sulle scarpe
pagg. 128-132

by Malos Mannaja

 

PUROMANZO PART  ONE

11 Comments on "Malos Mannaja: il PUROMANZO (2)"

  1. In tempi di vacche magre, ecco il secondo estratto del Puromanzo. Prendetene e mangiatene prima che finisca (two more to follow).
    Buona lettura!
    Abele

  2. Un puromanzo che si snoda tra surreale e grottesco…

  3. quella pelle sui muri … e l’ulcera, poi.
    Ecco – questa è anima.
    Allo stato brado.

    Sono fortunata ad avere il tuo libro!!!!

  4. questo è uno dei momenti più intensi.
    “Ma se non è il nonno?”
    questa domanda permea tutto il momento, non solo perché viene da Francesca che è così viva nel vedere la morte in faccia (al nonno) e consapevole che il nonno non è più (lui) perché non corrisponde a lei, ma anche perché questa condizione smaschera la vita (l’imperatore è nudo): denuda le pareti, i gesti degli adulti, ulcera gli animi
    “L’aria vegeta urticante: piangono un po’ tutti”
    si ripercuote, come quel respiro che ansima verso la fine, in modo così intenso che anche noi lo tratteniamo (assieme a Francesca) “in attesa che termini il respiro successivo.”
    in attesa, in attesa.

    Di nuovo grazie Abele, un abbraccio a te e a Malos
    (Malos malos. non sto facendo una seduta spiritica eh :))

    ciao!

  5. volevo dire uno dei momenti più intensi del romanzo.

  6. Care Mariella, Francesca e Margherita, ci troviamo in perfetta sintonia come intorno a un tavolo tondo. Si’, stiamo facendo una seduta spiritica, Margherita, difatti Francesca l’anima l’ha già trovata (vedi il suo commento).
    Questo estratto richiama ‘Estraccando da dentro il sorriso’ ( perla del Nostro che si puo’ leggere su Neobar). Impressiona come l’autore prende di petto la morte, riescendo ad esorcizzarla come pochi. Certamente il termine “surreale” e’ il piu’ adatto qui. Le pareti. il pavimento, la televisione, etc. si afflosciano come gli orologi di Dali’, tanto che il tempo non batte piu’ nella stanza del nonno; e’ la pendola in cucina che si danna a battere forte nel tentativo di “coprire”.
    un abbraccio
    Abele

  7. “La puzza ha gli occhi a cavolfiore e odore cavo. Ammicca rotolandosi dentro al cratere enorme del terreno e scuote per le gambe il letto che vacilla, tutto inclinato, e pare capovolgersi.”

    “- E se magari non vuole più che lo curiamo?
    – Non dire sciocchezze, amore.

    Restando a debita distanza, la bambina cerca un qualche segno d’espressione sul volto del nonno. Senza dentiera le labbra disegnano un imbuto.

    – Non dai un bacio al nonno?
    – Non ho voglia.”

    A me sembra che il surreale si crei dalla vicinanza di diverse percezioni della realtà sfasate, ancora più in evidente attrito in quanto l'”oggetto” percepito è muto e non può ristabilire l’equilibrio. Tutto l’ambiente prende quindi la forma del silenzio che rende un uomo soltanto corpo e, quindi, oggetto delle proiezioni di altri esseri.
    La bambina sembra rappresentare prepotentemente la Vita in quanto tale, crudele nella sua verità e inconsapevole della “parzialità” della verità che proclama. Le figure adulte, invece, sono perfettamente consapevoli della realtà, ma si rifiutano di ammetterla e sovrappongono ad essa una visione accettabile.
    Il risultato è questa realtà deformata in cui gli oggetti parlano una lingua in decomposizione, da cui è possibile salvarsi soltanto con una fuga, con una scelta vita-morte, con un calcio nello stinco, se necessario.

    Viene da chiedersi se questa scelta sia data all'”oggetto-nonno”… vorrei davvero leggere tutto il “puromanzo”… questa lettura parziale è crudele!

  8. la conferma che non tutti i Malos vengono per nuocere!
    Ci manchi, amico mio….
    Abele ha il merito di riproporti qui..ad ulteriore conferma della tua folle genialità (genio sarebbe stato troppo semplice!)

  9. ma si può fare come una volta? Come le puntate dei romanzi d’appendice..-);

  10. @ Stefano
    Malos e’ uno scrittore raro: uno scrittore di genio che, riguardo al suo genio, non conosce egoismo.

    @ Patricia e Viola
    Ne ho progettate quattro di parti, ma se Malos acconsente e gli aficionados “reggono” , continuo ad libitum. Si’, Patricia, e’ una lettura crudele, ma in attesa di avere tutto il malloppo…

    un abbraccio
    Abele

  11. i commenti sono meglio del trancio di manzo in oggetto: non saprei davvero cosa aggiungere se non l’abbraccio fraterno delle parole alle parole. grazie dal cuore del cervello del malos.

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