GAJA CENCIARELLI: QUANTE VOLTE

 

fotoLafanciullavolante

 

Gli occhi spalancati e sfiorati dall’aria.
Aveva sempre nutrito la sua capacità di staccarsi da se stessa, di guardarsi da fuori, di essere in grado di allontanarsi da tutto non appena capiva che stava per aprirsi uno squarcio. Il mondo sapeva essere crudele. Il mondo, come i bambini, non mentiva mai. Poteva mascherarsi, certo, ma i fendenti arrivavano comunque. E uccidevano.
Aveva imparato in fretta a smaterializzare la sua carne viva per difendersi.
Non sapeva nemmeno più quando fosse iniziato, non ricordava la prima volta in cui era riuscita a chiudere qualsiasi porta, a bloccare alla vita ogni varco d’accesso.
Era al sicuro, in alto.
Osservava. Gli occhi li portava sempre con sé, non se ne separava mai. Osservare, capire, riflettere. Come meditare. Ma anche come uno specchio.
Il suo corpo era tutto negli occhi ingordi di acqua, di terra, occhi che si saldavano al cielo come ceralacca.Volava, era libera dal rischio del dolore, la sua carne viva era intatta. Si faceva beffe di chi non aveva mai imparato a difendersi, di chi continuava a stare con il proprio corpo, a offrirlo ai coltelli.
Ciechi.
Solo gli occhi le bruciavano, di tanto in tanto, per via dell’aria.
C’è un modo per proteggersi! C’è, e io l’ho scoperto. Ciechi!


Osservava e rifletteva.
Gli altri, sugli altri. E non appena li sentiva avvicinarsi pericolosamente a se stessa, lasciava il suo corpo, il suo sorriso, le sue mani a recitare la pantomima dell’umanità, mentre gli occhi e il cristallo della vita si staccavano senza fatica, come un cerotto umido.
Ciechi.

Ma poi un giorno.
Gli occhi le bruciavano più del solito, lacrimavano.
Era rimasta in volo a lungo, troppo. La lama che la inseguiva minacciava di essere mortale. Li chiuse di colpo, non riusciva più a guardare e a riflettere. Quando li riaprì non vide acqua, né terra, né cielo. Non vide il vuoto di persone. Vide se stessa, la sua testa sotto una mano che la accarezzava, e si chiese se quella lama fosse davvero pericolosa.
Spalancò gli occhi.
Doveva osservare, riflettere. Voleva sentire ma gli occhi continuavano solo a vedere.
Voleva sentire cosa le stava dicendo la persona seduta accanto a lei, che le accarezzava la testa, voleva sentire quella mano strana su di sé, ma non poteva.
Era quella mano che l’aveva fatta disincarnare?
La persona la stava avvicinando a sé.
No, no, non voglio vedere. Non voglio solo vedere.
I suoi occhi guardavano e bruciavano.
Non c’è niente da vedere.Li serrò, per proteggersi dall’aria.
Sentì la sua mano destra chiudersi a pugno sul ginocchio, e le unghie appoggiate sul palmo.
Aveva ancora gli occhi chiusi.
E quindi sentì bene, nitido e terribile come un cristallo che va irrimediabilmente in frantumi, il bacio che le entrò in bocca.

 

locandinaAURORALIA

http://www.sinestetica.net/

http://neobar.wordpress.com/2009/09/01/nina-maroccolo-annette/

23 Comments on "GAJA CENCIARELLI: QUANTE VOLTE"

  1. Del progetto “Auroralia”, ispirato a una delle foto più belle e misteriose di Jerry Uelsmann, “Flying Girl”, abbiamo già parlato grazie al racconto di Nina, “Annette”, che invito a (ri)leggere. Ho pensato tuttavia di aspettare la pubblicazione dell’antologia curata da Gaja Cenciarelli per proporne un’ altra chicca. Ho scelto il racconto della stessa Gaja, ma devo dire che tutti sono da leggere. Trovo stupenda l’idea di partire da una foto per innescare la creatività di scrittori essenzialmente diversi ma accomunati dalla sfida di decifrare un volo nel vuoto.
    Buona lettura!
    Abele

  2. grande questo pezzo
    del resto gaja è insostituibile unica bravissima
    un caro saluto
    e complimenti ancora per questo progetto
    questa e altre foto sono semplicemnte straordinarie
    a me ispirarono un racconto modificatolo e in segreto senza nessuna pretesa inviatole (a gaja)
    il mio modo di dirle grazie
    c.

  3. la violenza sottotraccia (il mondo sa essere crudele) affiora nel riflesso (doveva osservare, riflettere) generando una fuga autistica che chiude ogni porta, ogni varco.
    e, d’altro canto, gli occhi che “continuano solo a vedere” implicano la ricerca infruttuosa d’un senso che decodifichi la realtà: l’impossibilità di interpretare la dissimulazione adulta (come la mano strana) con gli strumenti d’una sincerità bambina.
    forte l’alienazione dal corpo, fino a *smaterializzare la sua carne viva per difendersi*, quasi un’anoressia visiva.
    eppure, in parallelo con tali scomode sensazioni, la ricchezza evocativa delle immagini non si ferma alla violenza, ma richiama (almeno a me:) pure un contesto affine al parto/nascita (il bruciare della luce e dell’aria nel primo respiro) che alla morte (amen, laddove nell’andare in frantumi dello specchio si compie il passaggio – la penetrazione – tra questo e l’altro mondo).
    insomma, direi che il racconto ha saputo permearsi ottimamente dell’inquietudine della foto di Uelsman.

  4. annamaria ferramosca | novembre 10, 2009 at 23:21 | Rispondi

    ti ritrovo qui dopo tatnto tempo, gaja! con questa scena onirica mirabilmente narrata. sensazioni tra censura e desiderio, tra sofferenza della vita e leggerezza del sogno. hai davvero messo in scena e animato magistralmente la foto. un affettuoso abbraccio,
    annamaria

    p.s. ti avevo mandato una mail tempo fa, ma forse hai cambiato indirizzo?

  5. Innanzi tutto ringrazio Abele per aver voluto ospitare il mio racconto sul suo prestigioso lit-blog. Ne sono molto orgogliosa. Conosco il livello qualitativo delle sue pubblicazioni in rete e non posso che essere felice di farne parte. Ringrazio anche Nina Maroccolo per averci messi in contatto.

    Carmine: l’unico mio rammarico è che il tuo bellissimo racconto è arrivato fuori tempo massimo. Sarebbe stato magnifico per Auroralia. Grazie per i tuoi complimenti, spero di meritarli. D’altronde sai bene quanto io ti stimi e ti apprezzi. Ci saranno altri progetti, spero. E spero che, allora, tu sarai dei nostri. Ti abbraccio.

    Malos: mi hai folgorata con la tua preziosissima analisi del mio racconto. Mi sono scoperta e riscoperta, leggendo le tue parole. sì, hai ragione: esiste un contesto che richiama la nascita, il parto, l’affiorare alla vita. anche secondo me è così in questa foto di Uelsmann. grazie ancora.

    Annamaria: ti ringrazio di cuore per aver letto e apprezzato. sono felicissima di ritrovarti. no, purtroppo non ho ricevuto la tua e-mail, ma ogni tanto l’antispam di google mail fa capricci e “mangia” i messaggi di posta. l’indirizzo è sempre lo stesso, tieni presente che in quest’ultimo periodo vivo praticamente in isolamento e in reclusione [sto consegnando un lavoro urgentissimo], e potrei non avere tempi rapidi per risponderti. un bacio, con tanto affetto.

  6. Grazie a te, Gaja. Il tuo racconto “acceca”, traduce stupendamente la vertigine (e l’inevitabile caduta) del volo della foto di Uelsmann. Una interpetazione al femminile del mito di Icaro, dove le ali sono gli occhi: “occhi che si saldavano al cielo come ceralacca”
    Mentre quello di Icaro e’ il volo di chi osa, di chi trasgredisce le regole, il volo della tua protagonista diventa invece atto estremo per andare oltre il visibile, vedere nel buio che piu’ spaventa, quello dell’anima.
    Auguro a te, a Nina e tutti gli altri autori tutta la fortuna che il progetto merita.
    un caro saluto anche a Malos e ad Annamaria
    Abele

    Abele

  7. Ooooops ho dimenticato di salutare il caro Carmine 🙂

  8. è ovvio che la curatrice del progetto Auroralia non potesse esimersi da un contributo di alta classe.quando “una cosa” viene letta più volte, e a ogni lettura si scopre qualcosa, vuol dire che siamo a livelli elevati. con “quante volte” siamo proprio in questa dimensione. è uno di quei racconti che (avendo io stesso partecipato ad auroralia) mi ha fatto dire “che onore, esserci”

  9. Grazie di cuore, Abele. anche tu, con la tua attenta analisi, mi hai spalancato nuovi orizzonti, nuove interpretazioni. Ringrazio ancora Nina, che mi ha dato la possibilità di conoscerti, sia pure solo virtualmente (ma a volte, *quante volte*, basta!).

    Enrico: l’onore è stato reciproco. Il tuo racconto, lo sai, ha impreziosito Auroralia.

  10. o(c)chi-o, è un seme non tra-guardabile. ed è un semel di antica eredità. Sono dita le mani,le orecchie il naso:i sensi si dirigono verso e accolgono all’inverso il mondo o l’immondo.I sensi vanno e vengono non eva-dono l’obiectus o l’abiectus. Lama o l’ama, o entrambe, terra,spazio:un solo globo, oculato luogo del me:divinità creante. E tutto il resto è giaciglio e recinto in cui posare la paura e il desiderio, in cui covare la pazienza tessendo gli estremi in un nodo senza fine…senza fine, dimenticando chi è o(c)chi-o chi non è vi(s)ta.Grazie della tua tessitura.ferni

  11. enrico gregori ha detto tutto
    c.

  12. ciao abe e gaja
    c.

  13. fernirosso: che dire?
    grazie a te per aver disegnato un’immagine meravigliosa sulla mia tessitura. un’immagine che sembra nata con il mio racconto. nessuna sovrapposizione: sono complementari e l’una giustifica l’altra.

    carmine: sei un tesoro. sei davvero generoso, e ricco di passione e di talenti. grazie.

  14. La qualità di Gaja è indiscutibile. E quando mi ha chiamata per Auroralia, non ho potuto che dire “grazie” per avermi condotta in un’avventura senza precedenti in Italia.
    L’idea di raggruppare cinquanta voci, partendo da un’unica immagine piena di significati e di simboli, ha dispiegato un ventaglio di scrittori contemporanei.
    Gaja ha fatto una scelta che ha portato sino in fondo. Ha voluto con tutta se stessa narratori e poeti e giornalisti, per mettere a confronto stili ed espressività multiformi. Oltre ad usare quella parola che tanto amo: condivisione.

    Il racconto di Gaja mette a nudo l’abisso che è in NOI. Il buio che vive in lei e in noi. Tu, Abele, rammenti il volo di Icaro.
    Gaja osa guardare queste profondità alate, in volo, con il rischio perenne di cadere giù. Direi che la caduta “sembra” prevista sin dall’inizio del racconto; esiste questo malessere tra un sé corpo e un sé anima: e chissà di chi è il primato… :
    “Aveva sempre nutrito la sua capacità di staccarsi da se stessa, di guardarsi da fuori, di essere in grado di allontanarsi da tutto non appena capiva che stava per aprirsi uno squarcio. Il mondo sapeva essere crudele”.
    Il primato sembra teso al distacco. La lacerazione è evidente: forse non c’è una via. Forse.
    Ecco immediata una primigenia e crudele consapevolezza.
    Sa di realtà, non di onirico.
    La fascinazione sta in quegli occhi “ciechi”, che parlano al mondo di sotto volendo restare fermi nel mondo di sopra. Gaja si dibatte, perde ali: ora non vuole la caduta, preferisce la sospensione e osservare dall’alto con orbite che non sanno comunque decidersi.
    Aprirle o non aprirle nell’origine dello spazio e del tempo?
    Restare ciechi o spalancarsi all’ignoto? Quesito di portata amletica, direi.
    E poi, in fondo, cosa c’è da vedere?!
    Io, credo, la propria purezza… Questa è da salvare, purificare e liberare. Nel sogno o nella realtà, nel desiderio, o nel riprendersi il proprio corpo autotrafitto.

    La narrazione raffinatissima e superba di Gaja si presta a molte interpretazioni. Addirittura ne eccelle – esattamente come l’immagine fotografica che le ha generate.
    Resta un albore, una volontà di rinascita.
    *
    Sono io a dover ringraziare Gaja Cenciarelli e Abele Longo, insieme a tutti gli “auroralici”, oltre agli stupendi amici di Neobar.
    “L’onore di esserci”, dice Enrico.
    Per me doppio onore: essere in Auroralia, ed essere in Neobar.
    Un saluto a tutti. Con affetto,
    Nina

  15. Quando leggo i commenti di Nina a ciò che scrivo – lo confesso, non è la prima volta che mi succede – è come se entrassi IN quello che scrivo, e lo vedessi chiaro. In un certo senso è come se davvero mi rendessi conto che ho scritto, e mi sento perfettamente (com)presa da lei.
    È già accaduto che individuasse alcune linee guida nella mia scrittura. Mi sorprende quanto legga chiaro in me.
    È evidente che, oltre a essere una poetessa, una scrittrice, un’artista e una performer a 360°, ha anche un talento critico non comune. Ma forse dovrei aggiungere: una sensibilità estremamente sviluppata. Rara.

    Io sono fiera di avere “Annette” in Auroralia. Il racconto di Nina è di quelli che rilasciano energie e spunti e riflessioni ogni volta che lo si legge. E viene voglia di leggerlo molte volte, proprio perché parla continuamente al lettore. Non smette mai, nemmeno quando si allontana lo sguardo.

    Grazie, Ninì.

  16. Quando lessi il racconto di Gaja non trovai altro modo per definirlo che “un postulato dell’arte”. L’arte, infatti, sancisce il limite delle nostre povere umane percezioni.
    Essa si manifesta nell’assenza. E’ una luce accesa in una casa deserta. Bisogna entrare in quella casa per porsi le domande alle quali non troveremmo risposta. Nella mancanza di ogni altra percezione, la creazione artistica dilaga con tutta la sua complementarietà. La vita sarebbe un inutile orpello se non potesse ritrovare l’assenza, uno spazio aperto nel quale fermarsi a guardare.
    Gli occhi rivolti su tutto ciò che consideriamo indispensabile o forse solo fissi sulle nostre paure.
    Nulla è più desiderabile del bisogno dell’altro. Eppure, nulla è più terribile di quel bisogno.
    Gaja domina quel bisogno, scrive del suo dolore, scrive con il suo dolore, ci fa entrare in quella casa.
    Non riesco a trovare parole diverse. D’altro canto un postulato è non dimostrato ed assunto per vero perchè da esso può derivare una dimostrazione. I commenti ne sono un esempio.
    A noi non rimane che postulare altre opere simili.

  17. Evento e io condividiamo alcuni temi fondamentali: l’assenza, la privazione, il vuoto, l’afasia. tutto ciò cui si può anteporre un alfa privativo.
    Ogni volta che scrive e scrive di me, mi specchio nelle sue parole.
    Sono particolarmente debitrice alle persone che sanno usare le parole giuste in qualsiasi momento, e non solo per scrivere.
    E le ringrazio. Perché mi fanno sentire meno sola.
    Grazie, carissimo. Ogni volta che so che mi leggerai, so anche che sarò compresa fino in fondo.

  18. direi un racconto dal senso e sul senso sospeso
    “vedere” che ha molto o tutto della visione, il dentro e fuori come spazi per gli “occhi”

    mi viene in mente il racconto “Il paese dei ciechi” di g.H.Wells.

    davvero ottima la compenetrazione fra immagine(lafoto) e le parole.

    (margherita eallaigamma) che prova wordpress.
    ciao

  19. Margherita: il fatto che il mio racconto ti abbia fatto venire in mente H.G. Wells mi onora. Anche solo che ti sia venuto in mente, intendiamoci. [Non oso pensare a un paragone].

    Ti ringrazio davvero tanto. Sì, è un racconto sulla vista. Interiore ed esteriore. E su come gli spazi siano percepiti attraverso gli occhi.
    Grazie di cuore.

  20. … e intorno, tutto l’invisibile che aspettava di essere colto.
    E così è stato – con questi occhi
    Complimenti davvero, Gaja … Complimenti

  21. Gaja, ma che piacere, t’ho ritrovata! E nel modo più bello, attraverso un tuo racconto. Ti ricordi di me, vero? In quel di via Ripetta.
    Il racconto è straordinario, molto ben scritto, serrato al punto giusto. E tra le varie interpretazioni potrebbe anche esserci ‘La forza dell’amore che frantuma il cristallo dell’autismo’. Complimenti in ogni modo.
    Ma mi piacerebbe sapere qualcosa di più sul tuo progetto. E tanto di te. Scrivimi non appena avrai consegnato il lavoro. Un abbraccio. E ancora complimenti. Maria.

  22. francesca: che bei complimenti, mia cara… grazie. “con questi occhi”: è un’espressione che mi ha toccato infinitamente.

    maria: a questo punto penso che neobar sia un luogo magico! prima annamaria, poi tu! è pazzesco, saranno passati… undici anni, se non di più. Non ho l’indirizzo al quale scriverti, maria. come si fa? ti mando un bacio, grazie di avermi letta, e apprezzata. se vuoi, puoi raggiungermi cliccando sul mio nome: c’è un link al mio blog, e lì un modulo di contatto al quale mandare una mail. ti abbraccio forte!

  23. Cara Gaja, non sono riuscita a trovarlo. Ti mando il mio. mariamonaco20@hotmail.com
    Contraccambio l’abbraccio. Maria

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