V. Amarelli, R. Di Donato, A. Longo, C. Vitale: Omaggio a Pasolini

p-giotto[1]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

P.P.P.

Le stimmate nel nome
tre volte peccatore
senza innocenza colpa dentro il cuore
la morte del fratello,
lengua d’arcadia e monti e venti
e corpi imberbi
ed era torbido sangue pulsione
bambinelli,
era sangue e dolore, addolorata madre,
e rime, riasseverate antiche
a propiziare un io spaurito con
le polemiche da retore roventi
-oh, il rivoltoso barocco manierista
d’accatto alle baracche-
l’eden e l’inferno dei poveri sgomenti
fra le poltrone da cinema velluto
in quelle notti, febbrili notti romane,
notti di occhi innocenti da violare.
Morte era morte è morte
spina nel cuore,
sbocco di sangue a una costrutta icona
già combusta, ora e allora.
Sull’arenile la rosa,
quella aulente,
troppo vicina al sale
non fosse l’onda pietas, pace pura.

Viola Amarelli

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A pierpaolo pasolini

pierpaolo non posso
stasera scrivere di te
ora devo dire
dei clandestini che affondano nel mare

commercio disumano
vite-mercescaduta scempio
genti condannate a non esistere
dall’abisso divorante di sabbia ed acqua

ma più abissale ancora
in questo tempo
di sviluppo tecnologico globale
la contraddizione
che uniti vede gli aggettivi
global e diseredato
che opposti vede i sostantivi
libertà e perduto

la morte non è sempre assassina
un angelo protegge i senzavolto

affondano nel mare clandestini
ma diseredati alla coscienza
tornano seppur sconfitti

la storia è loro

Rosaria Di Donato

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Vocalizzi

Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
è un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere -…
Pasolini

La verità è qualcosa
che sentiamo dentro,
quando viene fuori
già non c’è più.

Comunque sia
chi è in amore
non legge i giornali
e ha sempre pronta
una spiegazione.

Il Poeta come
un gatto in calore
fuori tutta la notte,
la Cantante che
rimanda il disappunto
all’indomani, mentre

presiede ai soliti
vocalizzi, che irti
e limpidi si levano
sotto il sole africano.

Abele Longo

vangelo_quesada[1]

Per puro piacere

Non lo so se Pasolini voleva essere sepolto a Casarsa
Se poteva svuotarsi di un sorriso mentre nuotava nel fango

Non lo so se due bandiere rosse ci sono nella tomba
Stese come lui sul bagnasciuga
Tra la merda dei piccioni
E miliardi di granelli di sabbia

È un altro male questo
Fermo a ridosso delle piante
Con un cane che piscia
Sopra al manifesto di un convegno

Anche nella biografia è scritto
Nato a, vissuto a, scrisse

Ma c’è un regno sottovento
Del quale non so niente
Ci vorrebbe un cane da tartufo
e qualche fiore non solo sul balcone
senza radici nel cemento

la mattanza delle lucertole continua
apre a nuove costellazioni
passa come la morte di un gregario
e la notte dal cielo le stelle non cadono
è mezzogiorno, si mangia

un amore è pulito solo quando nasce
e poi alla fine

sembra la vita
o la stessa cosa

Carmine Vitale

14 Comments on "V. Amarelli, R. Di Donato, A. Longo, C. Vitale: Omaggio a Pasolini"

  1. quattro voci (e che voci!) che andando ben oltre il “semplice” omaggio, riescono a continuare una narrazione del contemporaneo che trascende le stesse parole,

    Pasolini medium dunque e non fine

    “pierpaolo non posso/stasera scrivere di te” (rosaria di donato)

    perché il post dicendo di Pasolini, dice di noi tutti
    (“-oh, il rivoltoso barocco manierista / d’accatto alle baracche-” (viola amarelli))
    del filo di amore / morte:

    “Morte era morte è morte” (viola amarelli)
    “la morte non è sempre assassina” (rosaria di donato)
    “È un altro male questo
    Fermo a ridosso delle piante” (carmine vitale)

    “Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
    è un ritorno dalla morte” (abele longo)
    “Comunque sia
    chi è in amore
    non legge i giornali” (abele longo)
    “un amore è pulito solo quando nasce
    e poi alla fine

    sembra la vita
    o la stessa cosa” (carmine vitale)

    infine

    pietas (“non fosse l’onda pietas” ancora viola amarelli)

    e se non bastasse ancora:
    “vocalizzi” (abele longo) “per puro piacere” (carmine vitale)

    così ho letto i vostri versi molto intensi (ho scelto quelli che rappresentano per me gli ancoraggi, versi a mio avviso bellissimi, ma altri molto belli in tutti i testi)
    grata che ci siano voci come le vostre.

    Un caro saluto a tutti, grazie.

  2. pasquale vitagliano | novembre 1, 2009 at 11:56 | Rispondi

    Bellissime. Bravissimi.
    PS: aoh!! Però, mi avete lasciato solo!…. (scherzo)

    PVita

  3. Grazie Margherita – grato a te, per le tue analisi attente e puntuali.
    Grazie Pasquale – e’ cominciato tutto con la tua Heimat e ho tutte le intenzioni di continuare, mandami tutto il Pasolini che vuoi 🙂
    buona domenica
    Abele

  4. Che bello entrare qui! Vien voglia di piantare tenda!
    Un GRAZIE che abbraccia tutti per questo splendido dono!

  5. Quattro voci in armonia per uno splendido omaggio.

  6. Ringrazio a nome della banda 🙂
    Antonella sei di casa, altro che tenda :))
    Patricia, l’armonia si crea grazie a chi ci legge; penso di continuare con formazioni varie, aspetto il duetto Ferni/Ninette, ho in mente un altro duetto e un quartetto…
    SE AVETE DEI TESTI ISPIRATI A PASOLINI, MANDATEMELI. CI FA BENE RICORDARLO…
    Abele

  7. carmine vitale | novembre 1, 2009 at 19:49 | Rispondi

    abe,grazie in un giorno già triste altro dolore per la scomparsa di Alda merini

    c.

  8. quattro brani d’intensità strappata alla morte.
    l’ultimo, poi, in particolare, m’è parso entrare in risonanza ventriloqua con pasolini.
    compliments anche per l’incentivo ad una comunione mnesica, preziosa visti i tempi di tifo binario.

  9. La Terra di Lavoro

    Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
    qualche branco di bufale, qualche
    mucchio di case tra piante di pomidoro,

    èdere e povere palanche.
    Ogni tanto un fiumicello, a pelo
    del terreno, appare tra le branche

    degli olmi carichi di viti, nero
    come uno scolo. Dentro, nel treno
    che corre mezzo vuoto, il gelo

    autunnale vela il triste legno,
    gli stracci bagnati: se fuori
    è il paradiso, qui dentro è il regno

    dei morti, passati da dolore
    a dolore – senza averne sospetto.
    Nelle panche, nei corridoi,

    eccoli con il mento sul petto,
    con le spalle contro lo schienale,
    con la bocca sopra un pezzetto

    di pane unto, masticando male,
    miseri e scuri come cani
    su un boccone rubato: e gli sale

    se ne guardi gli occhi, le mani,
    sugli zigomi un pietoso rossore,
    in cui nemica gli si scopre l’anima.

    Ma anche chi non mangia o le sue storie
    non dice al vicino attento,
    se lo guardi, ti guarda con il cuore

    negli occhi, quasi, con spavento,
    a dirti che non ha fatto nulla
    di male, che è un innocente.

    Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
    una creatura che dorme nel fondo
    d’una vita d’agnellino, e la trastulla

    – se si risveglia dal suo sonno
    dicendo parole come il mondo nuove –
    con parole stanche come il mondo.

    Questa, se la osservi, non si muove,
    come una bestia che finge d’esser morta;
    si stringe dentro le sue povere

    vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
    la voce che a ogni istante le ricorda
    la sua povertà come una colpa.

    Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda,
    senza neanche accorgersi, sospira.
    Col piccolo viso scuro come torba,

    in un muto odore di ovile,
    un giovane è accanto al finestrino,
    nemico, quasi non osando aprire

    la porta, dare noia al vicino.
    Guarda fisso la montagna, il cielo,
    le mani in tasca, il basco di malandrino

    sull’occhio: non vede il forestiero,
    non vede niente, il colletto rialzato
    per freddo, o per infido mistero

    di delinquente, di cane abbandonato.
    L’umidità ravviva i vecchi
    odori del legno, unto e affumicato,

    mescolandoli ai nuovi, di chiassetti
    freschi di strame umano.
    E dai campi, ormai violetti,

    viene una luce che scopre anime,
    non corpi, all’occhio che più crudo
    della luce, ne scopre la fame,

    la servitù, la solitudine.
    Anime che riempiono il mondo,
    come immagini fedeli e nude

    della sua storia, benché affondino
    in una storia che non è più nostra.
    Con una vita di altri secoli, sono

    vivi in questo: e nel mondo si mostrano
    a chi del mondo ha conoscenza, gregge
    di chi nient’altro che la miseria conosca.

    Sono sempre stati per loro unica legge
    odio servile e servile allegria: eppure
    nei loro occhi si poteva leggere

    ormai un segno di diversa fame – scura
    come quella del pane, e, come
    quella, necessaria. Una pura

    ombra che già prendeva nome
    di speranza: e quasi riacquistato
    all’uomo, vedeva il meridione,

    timida, sulle sue greggi rassegnate
    di viventi, la luce del riscatto.
    Ma ora per queste anime segnate

    dal crepuscolo, per questo bivacco
    di intimiditi passeggeri,
    d’improvviso ogni interna luce, ogni atto

    di coscienza, sembra cosa di ieri.
    Nemico è oggi a questa donna che culla
    la sua creatura, a questi neri

    contadini che non ne sanno nulla,
    chi muore perché sia salva
    in altre madri, in altre creature,

    la loro libertà. Chi muore perché arda
    in altri servi, in altri contadini,
    la loro sete anche se bastarda

    di giustizia, gli è nemico.
    Gli è nemico chi straccia la bandiera
    ormai rossa di assassinî,

    e gli è nemico chi, fedele,
    dai bianchi assassini la difende.
    Gli è nemico il padrone che spera

    la loro resa, e il compagno che pretende
    che lottino in una fede che ormai è negazione
    della fede. Gli è nemico chi rende

    grazie a Dio per la reazione
    del vecchio popolo, e gli è nemico
    chi perdona il sangue in nome

    del nuovo popolo. Restituito
    è cosi, in un giorno di sangue,
    il mondo a un tempo che pareva finito:

    la luce che piove su queste anime
    è quella, ancora, del vecchio meridione,
    l’anima di questa terra è il vecchio fango.

    Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione
    senti ormai che essa non conduce
    a nuova aridità, ma a vecchia passione.

    E ti perdi allora in questa luce
    che rade, con la pioggia, d’improvviso
    zolle di salvia rossa, case sudice.

    Ti perdi nel vecchio paradiso
    che qui fuori sui crinali di lava
    dà un celeste, benché umano, viso

    all’orizzonte dove nella bava
    grigia si perde Napoli, ai meridiani
    temporali, che il sereno invadono,

    uno sui monti del Lazio, già lontani,
    l’altro su questa terra abbandonata
    agli sporchi orti, ai pantani,

    ai villaggi grandi come città.
    Si confondono la pioggia e il sole
    in una gioia ch’è forse conservata

    – come una scheggia dell’altra storia,
    non più nostra – in fondo al cuore
    di questi poveri viaggiatori:

    vivi, soltanto vivi, nel calore
    che fa più grande della storia la vita.
    Tu ti perdi nel paradiso interiore,

    e anche la tua pietà gli è nemica.

    PPP

  10. Grazie Donatella!

  11. luciannaargentino | novembre 3, 2009 at 09:37 | Rispondi

    Bellissimo questo coro di voci unite per cantare il ricordo, la vita di uno dei nostri più acuti intellettuali. Grazie per l’intensa proposta e un saluto a tutti, Lucianna Argentino

  12. Grazie Lucianna e un caro saluto anche a te
    Abele

  13. Doris Emilia Bragagnini | novembre 4, 2009 at 15:31 | Rispondi

    È vero. Anch’io provo gratitudine nel leggere versi di tale potente significato. Quattro voci e un filo conduttore unico dove conduzione è un punto, perché Pier Paolo, lo ha segnato… da dove partire o ripartire, tornare, andare, pensare, sentire, amare. Bravissimi.

    (Antonella, la tenda prendila grande…)

  14. Grazie Doris e a presto leggerti.
    Abele

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